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domenica 8 novembre 2009

Espresso 823 “freccia del sud” Carrozza 1 compartimento 7 Notte di San Lorenzo (3p)

Napoli - Catania (3p e ultima)

A coppie i tiratardi chiacchierano aggrappati ai finestrini, i loro discorsi sono portati subito via dal vento e non ne resta traccia alcuna, come non fossero mai stati pronunciati; eppure erano certamente interessanti per vincere il sonno e la stanchezza del viaggio, eppure erano di sicuro sciolti dopo aver rotto le barriere del conformismo che avevano imbrigliato i primi scambi; eppure erano senz’altro necessari perché nessuno voleva mettere il punto.
Ma per tutte le cose c’è un tempo, anche per quelle belle. Rocco, che forse è più consapevole degli altri di questa dura legge, è il primo a mettere il punto, non prima di aver inalato un’ultima sorsata d’aria fino a riempirsi tutto il corpo di quell’odore. Gli è toccata la cuccetta bassa, o meglio ha fatto il signore con Alfio lasciando ai ragazzi le cuccette medie e alte.
Rocco si toglie di dosso solo le lenti a contatto e le scarpe da trekking, ma è come se si fosse isolato in un altro mondo dove tutto è sfuocato e confuso, tutto possibile e ineffabile. Gli piace questa visione da miope, quando le luci si spandono nell’alone rotondo e i contorni svaniscono come in una tela impressionista, dove ogni immagine può avere innumerevoli traduzioni e i colori sembrano più importanti. Eppure, mentre perlustra il soffitto della cabina con gli occhi che sembrano seguire il volo accidentale di una mosca, Rocco sta pensando all’operazione per correggere la miopia; gliela hanno proposta da anni, l’ha sempre rinviata forse per paura di complicazioni o forse per non perdersi quel film a sbafo che vede ogni sera prima d’addormentarsi, ma ora s’è convinto e il lasik sarà il primo pensiero tornato dalle ferie.
Anche Alfio si sistema nel suo loculo, pure lui tutto vestito, ma, contrariamente a Rocco, si nasconde sotto le lenzuola di carta. I ragazzi ancora cincischiano e scherzano e ridono di quella insolita situazione; le femmine scelgono le cuccette alte che forse si balla di più, ma c’è più aria. Marco le ha già provate tutte prima dell’adattamento dei lenzuoli, Michele ha deciso che si sistemerà su quella opposta a quella di Marina, così potrà parlarle. Le ragazze vanno alla toilette e rientrano in cabina quando tutti i maschietti sono orizzontali; Rocco, cullato dal moto del treno, si libra in quello spazio tra la Terra e il mondo dei sogni, in quell’attimo che si vorrebbe bloccare, quando le membra sembrano impalpabili e indipendenti dalla nostra volontà e pure i pensieri paiono andare per la loro strada.
“Ti metto la scaletta?” chiede Michele. “Ma… vediamo… forse si, è meglio” risponde Marina svagata. Michele anche nelle faccende pratiche riesce a fare casino; la sua confidenza con la scala è la stessa di quella che passa tra un’australopiteco e un ascensore. Marco per facilitare le operazioni accende e spegne la luce centrale e prova quelle per la notte. Michele sta per mandarlo a cagare, quando inavvertitamente riesce a fissare la scala, inserendo i perni nelle apposite asole, come avrebbe detto il controllore. Ma ecco che Alfio, nel tentativo di aiutarlo, con uno scossone fa subito fuoriuscire quei perni che avevano trovato con tanta difficoltà la sede opportuna. In due le operazioni procedono ancora più a rilento e anche la sorte, probabilmente offesa, volta la testa dall’altra parte. Alfio deve rimettersi in verticale per sistemare finalmente la scala e tirare una madonna al ragazzino per vedere quel che sta facendo.
Pure Rocco è ripiombato da quel luogo magico e riprende gradualmente possesso dei suoi sensi offuscati. Adesso è tornata la calma e finalmente Marina può accingersi alla scalata. Ha ancora indosso il tubino bianco e i piedi scalzi, ma sale con un’eleganza di zebra, direbbe l’avvocato che suona il piano… “Non guardate ragazzi” civetta la vamp nell’affrontare i primi gradini. Alfio non fiata ma non è mai stato così sveglio e attento, Rocco vede una forma elegante salire verso il soffitto e immagina quello che forse si vede o non si vede, ma che si può ben immaginare. Con un ultimo saltello la sagoma bianca scompare dietro l’asse scura della brandina e resta solo una scia di profumo nell’aria e un eco che rimbalza nell’orecchio: ragazzi, agazzi, gazzi, azzi, zzi.
Francesca nel frattempo deve essersi arrampicata per una via alternativa, perché Rocco non vede altre ombre salire, come il vapore, verso l’alto. La luce resta ancora accesa, nonostante ognuno abbia preso posto nei rispettivi vani e si potrebbe giurare che a spegnerla non sia stato Marco.
Sono circa le due e non c’è tempo se non per un “Buonanotte”.
È il momento delle respirazioni profonde, delle ronfate, delle russate, delle digestioni difficili, insomma di tutti quei rumori repressi durante il giorno e ovviamente… il regno dei sogni.
Nei sogni di Alfio una moglie che non fa tante storie e un telefonino muto; in quelli di Marco i bagni di mare e gli scherzi da fare alla compagnia; in quelli di Marina la difesa di un noto criminale e un uomo davvero speciale con cui dividere l’esistenza; in quelli di Francesca di essere notata da Marco o eventualmente da qualcun altro altrettanto carino; in quelli di Michele la ragazza napoletana e le imprese dell’agente speciale 007; in quelli di Rocco di legare una come Marina e non con Una che lo farà soffrire.
È ancora notte quando il convoglio si ferma a Villa San Giovanni, dopo aver sostato a lungo a Bagnara Calabra. Alfio ha già fatto fagotto: s’è imbarcato a piedi sul traghetto per guadagnare tempo e far contenta la famiglia. I ragazzi s’alzano poco dopo e le ragazze vanno subito in bagno, solo Rocco resta a poltrire nella cuccetta. La notte è stata breve, fredda finché ha girato l’aria condizionata, calda poi. Rocco sentirebbe forte il desiderio di una doccia, ma i sogni sono finiti. Svogliatamente s’alza pure lui, che teme di ostacolare le manovre degli altri e va nel corridoio, dove gli accampati sono già in piedi e molti hanno seguito l’esempio di Alfio; le porte delle altre cabine sono chiuse. Da una mano ai ragazzi a ripiegare le assi e a risistemare i sedili, mentre ritornano le ragazze dopo la seduta di trucco. Rocco inforca gli occhiali per vedere meglio e Marina gli dona uno sguardo indiscreto: “Buongiorno Rocco”, “Buongiorno Marina”. Non trovano altre parole; invece i ragazzi sono già logorroici e infastidiscono le manovre di Francesca.
Le manovre del convoglio invece procedono celermente e in breve questo viene spezzato in tre tronconi e imbarcato sul traghetto delle FS. Qualcuno cerca il controllore, qualcun altro spera non lo trovi. Poi tutti devono lasciare le carrozze e trasferirsi sul ponte.
Nel trambusto che segue la compagnia della cabina 7 si sfalda, che già aveva perso un elemento. Rocco si gira tutta la nave come un segugio, un po’ per sgranchirsi, un po’ per vedere cosa offre di buono la nuova giornata che sta per iniziare. Dicono che in queste occasioni si fanno incontri interessanti… ecco la prof. Saluta Rocco e lui si ferma un attimo e per gentilezza chiede come è andata la notte nella cabina deluxe: tutto bene pare. Ci sono molti turisti e tanti altri tornano sulla penisola con traghetti che procedono nella direzione opposta. L’acqua è di un blu profondo e intenso, che contrasta incredibilmente con il bianco-verde della spuma creata dall’elica e dalla carena. Il cielo si sta sbiadendo e non pare promettere una giornata di sole; il panorama dello stretto è affascinante, soprattutto a quest’ora del giorno; l’ingresso nel porto di Messina è come un bel film che finisce sempre troppo presto.
Si rientra nei vagoni che sono rimasti sotto coperta e si sono persi questo spettacolo. Rocco fa sfollare la ressa e rimane ad ammirare l’orizzonte assieme a due ragazze che aveva notato alla stazione di Bologna per il loro abbigliamento succinto e lo strano modo di fare, e che ora si sbaciucchiano senza ritegno (come sarebbe contenta Marina di vederle… e come si compiace Rocco che lei non le abbia viste). Da questa vista il nostro bellimbusto trae tristi presagi sulla sua vacanza sicula e si precipita giù in cabina.
Gli altri sono già tutti ai loro posti e lo accolgono con la proposta di un’abbondante colazione. I bagagli sono ancora ricchi di sorprese, cornetti, biscotti, merendine, cornflakes, succhi e te in tutte le varietà. Dato fondo a tutte le scorte, l’impresa più grande è quella di tenere gli occhi aperti. Il sole basso sull’orizzonte si specchia sul mare e s’insinua negli spiragli tra gli edifici e, ad intermittenza, sbatte contro gli occhi dei viaggiatori, che alzano un attimo le palpebre e poi le stringono forte come a scacciare uno scocciatore.
Per sottrarsi a questa tortura Marina guadagna il corridoio che, con tutti i finestrini abbassati, sembra la galleria del vento della Ferrari; volano i capelli sottili, svolazzano i lembi del tubino, sbattono gli occhi tra le linee del rimmel e ancor di più sfarfallano i fanali degli astanti appoggiati alle pareti sudice del convoglio. Lei inforca un paio di occhiali a farfalla per non piangere, mentre il treno rallenta, rovinando lo spettacolo. Rocco ha deciso che un po’ d’aria farà bene pure a lui, s’avvicina alla ragazza ed insinua il suo volume nello spazio lasciato libero da lei nel finestrino; lei non può non notarlo, ma continua a mirare il paesaggio col mento appoggiato sulle mani, queste aggrappate al bordo della finestra, il viso in direzione del moto, la chioma centrifugata dall’aria che sa di terra e di mare. Anche Rocco deve buttare fuori la testa per non restare soffocato da quei capelli che sanno di legno di sandalo; la testa girata dove guarda lei, le narici a catturare ogni fragranza mattutina, i gomiti che toccano quelli di lei, la mente che sembra come resettata.

Il vulcano ha un cono che non ti immagini; peccato che la vetta sia nascosta dalla caligine e solo a tratti pare di intravedere il pennacchio di fumo, ma potrebbe essere una nuvola caduta troppo in basso. Sul disco accidentalmente riformattato arriva finalmente un file: le recenti eruzioni dell’Etna che minacciano gli abitati aggrappati alla montagna.


Nel momento in cui sta per aprire bocca, lei si gira e lo guarda come se fosse sorpresa di trovarlo lì, a pochi centimetri, a bocca aperta contro il vento e quegli occhiali da dottore così poco aderenti al personaggio; scoppia una risata fragorosa, contagiosa, anestetizzante.
Rocco non saprebbe dire se le parole gli sono uscite veramente di bocca o gli sono morte in gola come un ultimo respiro o disperse dal turbine prima d’arrivare a destinazione. Lei ride e si passa un braccio sulla testa a raccogliersi i capelli ribelli; lui vorrebbe piangere, invece sorride, ride come un imbecille. Se lo vedessero gli amici… sto diventando vecchio riflette. Non riesce più ad articolare parola e neppure a muoversi, resterebbe lì per sempre aggrappato a quel finestrino, in quella mattina d’estate, quintali di sonno addosso e un pizzico di struggente malinconia, accanto a quella dea che ride, chissà cosa c’è da ridere?
Solo l’orribile periferia di Catania col suo fetore persistente li stacca dal vetro; lo fanno assieme, come da tacito accordo. Michele ricorda alla comitiva che il tempo per l’autobus stringe e ci si deve dare una mossa; tirano giù i bagagli e se li distribuiscono, i più leggeri (quelli che contenevano i viveri) alle ragazze. Trilla il telefonino di Marina. È papa, vuole accordarsi per andarli a prendere alla stazione dei pulman; lei risponde che sono ancora in treno (un’ora di ritardo…) e lo richiamerà quando sarà finalmente sull’autocorriera, poi passa l’apparecchio al fratellino.
Rocco non ha fretta, deve passare altre due ore in stazione, aiuta gli altri con le valigie poi si defila e riprende il mano il signor Malaussène: ha deciso che lascerà sfollare tutti quanti.
Non riesce a trovare il segno, la cartolina era caduta sul pavimento e non ricorda nulla di quel che ha letto il giorno prima; avrebbe la tentazione di lanciare Pennac dal finestrino o di regalarlo alla ragazza, poi si ricorda che deve arrivare in fondo per capirci qualcosa e che Una potrebbe chiedergli un parere.
Finge di leggere, in realtà segue il moto del treno, la lenta ed estenuante decelerazione, gli sballottamenti trasversali, i laceranti contatti delle ganasce dei freni sulle ruote metalliche, l’inerzia di tutto il convoglio alla definitiva fermata come se il viaggio non fosse durato abbastanza: sono appena scoccate le nove e fanno diciassette ore di sequestro dal mondo.
I saluti con i ragazzi sono stati sbrigativi: Michele e Francesca accennano appena un gesto con la testa e subito s’avventano nel corridoio in cerca della poule position, Marco è più espansivo e quasi cameratesco con la sua pacca sulle spalle, Marina sorprende con un “ Rocco mi raccomando… fai il bravo”.
Tra una riga e l’altra Rocco ripensa a quel momento, a quella frase buttata lì, a quel silenzio non da lui, ancora intrappolato da quel sorriso disarmante.
“Signore non scende?” Toh chi si rivede… il controllore. Tutto zelante s’informa se per caso c’è qualche problema, qualcosa che non va. Come fa Rocco a far capire a quella macchietta cosa non va? Ci prova, gli parla come parlando tra se, aiutandosi anche con i gesti, ma lui dopo un accenno di inchino e un mezzo minuto d’attenzione torna a precisare: “comunque la corsa termina a Catania ed è dovere del viaggiatore prepararsi per tempo a scendere alla stazione prevista dal documento di viaggio e a non dimenticare alcun bagaglio sul convoglio, le ferrovie infatti non rispondono dei colli lasciati incustoditi”.
“O.K., tutto O.K.” rassicura Rocco allargando le braccia e alzandosi per prendere i suoi sacchi.
L’ometto pare rinfrancato dagli atteggiamenti collaborativi del viaggiatore e si allontana soddisfatto verso due giorni di sacrosanto riposo.

Sulla banchina del primo binario fa già un caldo africano e per arrivare in stazione bisogna risalire tutto il convoglio, che nelle operazioni di montaggio e smontaggio la carrozza n.1 è ritornata di nuovo ultima. L’atrio è affollato di turisti e per gli autobus si deve attraversare un enorme piazzale asfaltato con la superficie increspata come un mare dove galleggiano tappi, cicche, carte colorate e mucchietti di cenere. Ma ogni pensilina, mensola, sbalzo, ripiano, cornice, superficie non verticale è ricoperta da un velo di cenere scura tanto che pare d’essere capitati in una cittadina della Ruhr.
Rocco maledice la sua mania di portarsi la casa dietro e si passa di mano l’ingombrante sacco ogni venti passi; poi s’infila nel bar della stazione e non trova di meglio che abbinare un te freddato con pezzi di granita al limone e un arancino ripieno d’acciughe; nessuno, ne alla cassa ne al banco, lo avverte dell’insolito accostamento e lui è troppo stanco e distratto per sorprendersi della eccessiva audacia, anzi si lecca le dita e succhia dal bicchiere anche l’ultima goccia di conforto. Rocco pensa: ma chi me l’ha fatto fare? Se uno viene in Sicilia in agosto poi non può neppure lamentarsi… ma è troppo tardi e faticoso tornare indietro, allora si carica il saccone sulle spalle e si getta nel mare d’asfalto come chi s’appresta a fare un salto nel vuoto.

sabato 31 ottobre 2009

Espresso 823 “freccia del sud” Carrozza 1 compartimento 7 Notte di San Lorenzo (2p)

Roma - Napoli (2p)


Si, ha detto proprio così st’impunito…

“Io sono Marina” dice pronta la vamp sorridendo a Rocco. Lui non riesce a non pensare: “vuoi vedere che fa Valeri di cognome?” Poi si fa il giro completo dei nomi di battesimo che, siccome il presente racconto non è stato scritto subito dopo gli eventi descritti, se ne sono andati con le notti insonni siciliane della voce narrante. Chissà perché solo uno è rimasto e non è detto che sia quello vero…
Insomma chiamiamoli con dei nomi presi dal calendario, che tanto tutti provengono da un tempo precedente all’era delle TV series: Michele il fidanzato, Marco il fratello, Francesca la dama di compagnia e Alfio, che in Sicilia va tanto, l’autista fornitore.
“Sapete giocare a Uno?” chiedono i ragazzi. Rocco si sente ancora fuori posto, dato che Alfio, a sentirlo, sembra il campione siculo-piemontese di Uno.
“Michele, spiega al … a Rocco come si gioca” dispone decisa Marina con quella sua voce che rovina tutto il resto. Michele è un vero disastro nelle spiegazioni, nelle costruzioni verbali e nella logica, nonché nel tenere le carte; il ragazzo deve possedere chissà quali altre doti per incantare una tale bellezza…
“Forse è meglio fare un giro di prova” interviene in soccorso Francesca che pare una altrettanto sicura del fatto suo. “Certo, vedrai che non è difficile” rassicura Marina a Rocco.
Il passaggio al tu ha gasato il dongiovanni che, guardando dentro gli occhi della ragazza, risponde: “Okay” e sta quasi per aggiungere “pupa”, ma si trattiene.
Manca la tavola per riporre il mazzo e scendere le carte; sembra un grosso problema, tale da scombinare la comitiva appena formatasi, ma infine Marina trova la soluzione: si tende l’abito allargando leggermente le gambe e, sistemandoselo sapientemente sul sedile, esclama entusiasta della trovata: “Ecco fatto, mettere qui”.
S’inizia il gioco ed in breve s’imparano le regole, se non i trucchi, per raggiungere lo scopo, che è quello di finire tutte le carte. Ci sono semi di vari colori e carte speciali che costringono, chi le riceve come scarto dal vicino, a compiere determinate azioni che non vorrebbe compiere: prendere altre carte dal mazzo, saltare il giro, invertire il verso della giocata, cambiare colore, ecc.
Si può poi anche bluffare e infine bisogna ricordarsi di dichiarare l’ultima carta, gridando “Uno”, non appena scartata la penultima.
Si comprende pure che il gioco è lungo; allora si decide di interrompere la prova e di passare al gioco serio. Non ci vuole molto perché Rocco e Marina ingaggino una lotta personale, fatta di carte speciali e sguardi sospetti: prendi quattro carte, tiè; a sì, allora salta il turno; d’accordo, inverto il giro… Marina, forse perché deve restare immobile con la parte inferiore del corpo, si agita con quella superiore e, siccome il vestito non è elastico, il seno le emerge dai limiti già stretti del tubino. Ovvio che Rocco debba essere sovente richiamato dai giocatori a seguire il gioco…
Avviene poi che il mazzo, posto inizialmente sopra un ginocchio, scenda lungo l’arco del vestito e qualcuno debba risistemarlo; inoltre il cumulo delle carte scartate piano piano, ma inesorabilmente, cade nell’incavo delle cosce, laddove sarebbe meglio non rovistare.
I giocatori iniziano bluff e controbluff, tranne i due che continuano una lotta personale, contraria alla missione del gioco, a chi riesce a racimolare più carte. Il fratellino vorrebbe anche contare le carte rimaste per una classifica generale, ma per fortuna gli altri lo convincono a contare solo le singole vittorie.
Ad un certo punto ognuno dei giocatori ha avuto il suo momento di gloria, tranne Rocco sabotato con tutte le armi da Marina. Molte volte ha urlato “Una”, subito corretto dal fratellino “Uno, si dice Uno, come il gioco…”. Il fatto è che Rocco, da qualche settimana, ha in testa un chiodo fisso: Una che non ne vuole sapere di lui e lui, da vecchio cacciatore incallito, non riesce ad accettarlo. Gli frulla pure per la mente la canzone di Battisti, appunto “Una”, che gli pare descrivere così bene quella sua situazione. È facile allora comprendere come sia più facile per Rocco gridare “Una” piuttosto che “Uno”, anche per farsi poi sogguardare maliziosa da Marina “Una?!” al ché il macho s’intenerisce ed improvvisa una teoria, degna del vetturino della carrozza n.2, per cui il genere femminile è da riferirsi alla carta e non eventualmente ad altro.
Alfine, per una congiunzione favorevole degli astri, Rocco riesce a guadagnare proprio l'ultimo giro, dopo avere sommerso Marina sotto una mole di carte che non riesce neppure a tenere tutte in mano. “La prima è dei bambini… si dice dalle nostre parti” gongola Rocco, ma lei non raccoglie e già cambia discorso: “sta sera è la notte di San Lorenzo! Guardiamo se cadono le stelle…”; ma il treno è lanciato verso il sud e trema tutto come un vecchio febbricitante: non è il caso di scombinarsi l’acconciatura, deve aver pensato la vamp, che allora esce nel corridoio.
Rocco al richiamo delle stelle cadenti ha avuto un attimo di mancamento, tanto è bastato per farsi sfuggire l’occasione; gli altri viaggiatori hanno già ripreso con la briscola e insistono perché partecipi pure lui. A Rocco sono sempre piaciuti altri giochi… sostiene che non è capace di giocare a briscola, ma non gli crede neppure Alfio, che ha proprio l’aria di credere ancora alle favole.
Si creano le coppie Alfio-Rocco e Marco-Michele, dopo che Marco aveva tentato inutilmente, chissà perché, di mettersi in coppia con Rocco, mentre Francesca segue distrattamente il gioco.
Alfio propone una modifica per animare la sfida: s’arriva ai 120 anziché ai 60 punti, come sembra s’usi nell’isola. L’innovazione non cambia le carte in tavola e i due matusa perdono dai due pischerelli anche la rivincita. Intanto dal corridoio arriva la voce acuta di Marina che evidentemente è impegnata in un dibattito, poiché le voci da basso o da baritono s’infrangono contro lo sferragliamento del convoglio e solo quella da soprano emerge imperiosa sulla dodecafonia di fondo. I giocatori, impegnati nella disputa generazionale, non prestano attenzione al discorso, Francesca invece si. “Ma senti… che segno sta prendendo il discorso!” dice accostando l’orecchio al vetro. Allora anche gli altri stanno in campana, ma arrivano solo parole staccate: omosessualità, lesbiche, bellezza maschile e bellezza femminile, ecc.
“È mia sorella…” sbuffa Marco con rassegnazione.
“Cosa stanno dicendo?” chiede curioso Rocco a Francesca.
“Stanno raccogliendo una collezione di luoghi comuni… in treno si deve pure passare il tempo” filosofeggia la biondina.
“Però che grinta!” sbotta Alfio, accompagnando l’esclamazione con un’espressione divertita.
“Dai giochiamo” insiste Michele.
Ma i due pirla hanno quasi raggiunto la meta nella prima mance e non c’è più storia…
Ad Alfio squilla una musichetta disco anni settanta da qualche angolo riposto e sudaticcio. “Si, ciao. Sono ancora a Firenze, eh sai il ferragosto, un gran casino, ma mi sono sistemato bene… Come? Nooo… è solo che ho trovato un posto in cuccetta, così arrivo riposato. Quando… ma non lo so, siamo ancora fermi qua, ma certo a Firenze! Te l’ho detto, tutti gli orari sono saltati. Dai ci sentiamo eh? Ciao”
I pischerelli fanno due palle d’occhi da cartoni giapponesi, controllano per sicurezza fuori dal finestrino, mentre Rocco e Francesca sono ancora sintonizzati sulla lirica. Alfio si sente in dovere di giustificarsi: “è mia moglie… dico così per non tenerla in pensiero… chi lo sa quando arriveremo? non dovevo partire… ho deciso all’ultimo momento perché è saltata una consegna in Valtellina, allora sapete è su di giri… non scendo da pasqua”.
“Aah…” sospira Marco rassicurato.
Intanto nel corridoio s’è passati alla pornografia, al sesso multiplo, al femminismo e al maschilismo. Francesca, che è sempre più nervosa e sorride a tutti quanti come una hostess di linea, irrompe: “adesso esco e chiedo cosa ne pensano del sesso con gli animali… Voglio proprio vedere!” e così dicendo fa scorrere la porta. Gli oratori sono seduti in riga sul pavimento con la schiena contro la parete divisoria del corridoio e i piedi piegati, per mancanza di spazio, contro il bordo esterno della carrozza; i maschi possono sedersi come i pellerossa, le femmine, ma si vede solo la sagoma bianco-grigio-fiorata, dunque Marina si tiene le caviglie con le mani e appoggia ogni tanto il mento alle ginocchia, quasi a sottolineare la volontà di passare finalmente la parola.
Francesca lascia perdere gli animali e viene pure lei risucchiata nella conversazione, che ormai pare tra vecchi conoscenti che si scambiano il fumo e le caramelle, si blandiscono cercando di smussare le loro posizioni inizialmente perentorie e insomma… cercano di passare il tempo.
Rocco vorrebbe portare la discussione sul sado-maso, ma non fuma e ormai non c’è neppure un centimetroquadro per posare i piedi nel corridoio, però una caramella…
Ecco che torna il vetturino. Allarme rosso! Tutti sull’attenti e, interrotta ogni attività, restano col fiato sospeso. L’uomo entra nelle cabine ed abbassa bruscamente i lettini superiori. “Di già!” esclama deluso Marco. “Eh giovane… è pure tardi è pure… avrei già dovuto farlo un’ora fa, ma insomma sono solo per due carrozze, che il collega della carrozza n.1, cioè questa, è in ferie, e faccio quello che posso faccio”. Passata la burrasca si cerca di riprendere la vita normale, ma tutto è stato rimescolato e ognuno viene distratto da nuovi spunti e pretesti. Rocco abbassa il finestrino per prendere un po’ d’aria ferruginosa, il treno rallenta tanto che si riesce a leggere su un cartello blu una scritta bianca dentro una specie di cartiglio, pure bianco, “Bagnoli” e questo basta per portare i suoi pensieri indietro di pochi mesi, in novembre, quando ha visitato questi posti: Napoli, Ercolano, Pompei, Ischia, Capri, Nisida, Bagnoli. Alla faccia dei luoghi comuni Napoli pareva Londra, tempo variabile, pioggia leggera e insistente o forte e intermittente: grandi affari per gli ombrellai.
Nella galleria di Napoli Centrale infila la testa nel finestrino anche Michele, nonostante le realistiche difficoltà dovute ai lettini abbassati. Il ragazzo è in vena di confidenze e dice che vuole vedere la stazione perché dovrà tornare qua a settembre a trovare la sua ragazza; c’è già stato una volta, ma i matusa di lei non vedono bene questa relazione e allora non ha combinato granché. Rocco cade dalle nuvole: “e Marina?” pensa. Poi però non dice nulla, limitandosi a chiedere, distratto, notizie su quell’infelice amore. Quando il treno riprende la corsa, tirano su il vetro e dentro volano sacchetti di plastica con dentro lenzuola e federe di carta e rimbalzano cuscini di gommapiuma.
“Uno a testa, uno a testa… sono esatti, mi raccomando!” scandisce il ferroviere. In quel momento uno dei ragazzi del corridoio cerca di fare una domanda al vetturino, ma questo lo blocca affermando che per chi non ha la cuccetta, niente lenzuola e cuscini naturalmente… anzi non sarebbe neppure consentito occupare i corridoi, che questi servono per chi lavora e per muoversi… ma in fin dei conti non può pensare a tutto lui, altrimenti avrebbe da un pezzo scaglionato le ferie a tutti.
“D’accordo, però io volevo sapere quando è previsto l’arrivo a Messina…” protesta il ragazzo. “Non glielo posso dire, portiamo ritardo… una cosa del genere non si può sapere”.
“Ma all’incirca… quando era previsto l’arrivo? se portiamo un’ora di ritardo, allora arriveremo un’ora dopo…” insiste il fusto in t-shirt.
Il ferroviere, guardando di sfuggita l’orologio da polso, replica: “Portiamo 38 minuti di ritardo per l’esattezza e da qui a Messina potremmo accumularne altri, speriamo di no ma non posso saperlo adesso, potremmo recuperarli tutti o in parte, dipende… e poi tenga presente che dobbiamo imbarcarci sul traghetto…”.
“Dunque se ad esempio dovevamo arrivare alle 6, l’arrivo previsto sarà per le 6 e 38?” prova a trattare il giovane.
“Nooo, allora non ci siamo… evidentemente non mi sono spiegato: è impossibile stabilire l’orario d’arrivo una volta che il convoglio ha accumulato ritardo, perché sono molti e variabili i fattori che…”.
“Beh ho capito, buonanotte” tronca scocciato il senza-cuccetta che se ne torna in corsia. Il vetturino che, forse per darsi un contegno durante il colloquio, s’è messo a sistemare i cuscini e a contare le buste, si guarda intorno sconfortato e cerca nei volti dei passeggeri qualcuno disposto a seguire il suo ragionamento: “Santa pace! Ma non posso dire quello che non so, quello che non si può sapere… vorreste che vi dicessi un orario qualunque, bene, ma poi se perdete la coincidenza? Ci sono è… ci sono quelli che dicono quello che la gente vuole sentirsi dire, ma questo non è corretto, no non è professionalmente corretto”.
Il sorriso di Marco, che comunque è rimasto serio a tenere compagnia al soliloquio del perfetto ferroviere, una volta che il tribuno se n’è andato è disarmante ed è sufficiente per far tornare il buonumore alla compagnia.
Marina è ancora impegnata negli avanzi di una discussione con un paio di boys che le muoiono dietro. Ma lei è decisissima a difendere le sue opinioni fino in fondo, dimenticando magari di salvare qualcos’altro. Sostiene, con grande padronanza di linguaggio, che le femmine si farebbero meno problemi ad ammettere una relazione omosessuale o solo ad ammettere la bellezza di un’altra donna, di quanto invece non accadrebbe per i maschi, i quali addirittura, per paura di passare per omo, non si pronunciano mai sulla bellezza maschile.
“Ma quando mai! Certo capisco che Raoul Bova, faccio un esempio, possa piacere ad una ragazza, ma non mi passa manco pe a capa di dire che è un bel maschio; non riesco a vederlo come oggetto di desiderio, macché paura di sembrare gay… ti sembro il tipo?” conclude improvvisamente il sermone uno dei due cascamorti.
“Ma insomma pure io quando sfoglio una rivista di moda e vedo una bella donna, dico ma che bella donna! E con questo non provo alcun desiderio sessuale… che vuol dire?” spiega la ragazza con ampi gesti delle mani.
“E quando sfogli una rivista sexy?” forza quello in canotta, condendo il tutto con occhioni dolci.
“E buonanotte…” sbuffa finalmente Marina. Il dibattito è finito. Marina sarà pure ingenua, ma decide lei i tempi e i modi. Rientra nello scompartimento 7 e si siede al suo posto, che poi non si sa quale sia ed è meglio non chiedere al ferroviere. Nessuno della compagnia azzarda proseguire la discussione, tranne Rocco che prova: “non sono d’accordo con te, almeno fino ad un certo punto…”. “Un certo punto?” rovescia curiosa la domanda nell’aria, stirando leggermente le labbra.
“Per quello che riguarda gli uomini, posso anche essere d’accordo, ma non credo che sia diverso per le donne: credo che sia tuttora più difficile dichiararsi apertamente lesbiche che gay, i condizionamenti culturali e sociali sono troppo forti, perché la libertà sessuale della donna è ancora troppo recente…” prosegue Rocco.
A Marina torna voglia di parlare, mentre Rocco si pente di averla buttata sul complicato; lei sostiene la sua tesi con un diluvio di parole e lui ben presto perde il filo del discorso, distratto dalla prossimità di quella grazia, che mostra pure d’essere intelligente. Rara combinazione!
Ormai l’omosessualità è solo uno scudo per dare spazio, se non proprio all’eterosessualità, ad una conoscenza più intima. Rocco scopre che Marina ha ventitre anni e sta studiando legge, è vicina alla tesi e vorrebbe specializzarsi nel penale. Marina riesce ad estorcere a Rocco solo vaghe informazioni sulla sua vita: lavora in un ufficio pubblico, ha quarant’anni, è single e gli piace viaggiare. Ah viaggiare… lui è diretto a Pachino, lei a Licata, ma scende pure lei a Catania, ché le ferrovie siciliane sono un pianto ed è meglio proseguire in bus. A Licata c’è il padre che ha la seconda casa dove trascorre da anni le vacanze estive. Marco cerca di descrivere le attrattive che l’aspettano a Licata e invita Rocco ad andarli a trovare, se passerà da quelle parti. Nessuno perdona a Rocco di essere per la prima volta sull’isola ed andare a sistemarsi a Pachino, va bene gli amici… ma insomma la Sicilia va vista perbene, perché è ricca e varia. Poi forse si trasferiranno sull’Etna, cerca di difendersi Rocco. “Taormina” grida Marco. “Milo” risponde dubbioso Rocco “vorrei salire in vetta se possibile… avete notizie sull’ultima eruzione?”. “Domattina ci passiamo davanti e vedremo…” risponde evasiva Marina. Rocco non riesce a promettere niente; del resto non è arrivato da lei l’invito. Alfio sta per intervenire, quando si sente ancora la musichetta impertinente provenire da arcani anfratti.
“Ciao, si, si, e dove se no! Mah… dunque si, siamo ancora a Roma, stanno attaccando altre carrozze…” sostiene il siculo-piemontese, cercando di non guardare la faccia di Marco per non rovinare la parte; “tutto bene si… si, si ho mangiato, pure la torta… come? M’è stata offerta dai ragazzi… certo viaggiano nella stessa cabina. Come? …no cosa dici… è una cabina maschile…”. Marco si deve mettere una mano in bocca per non ridere e Alfio deve voltarsi verso il corridoio per proseguire la conversazione: “Quando… ma non lo so, siamo ancora fermi qua, ma certo alla Tiburtina! Tutti gli orari sono saltati, pure il controllore dice che non si può dire quando s’arriverà. Dai ci sentiamo eh? Ciao”.
È quasi mezzanotte, il corridoio è buio da tempo, dalle altre cabine tutto tace, ma nessuno nella cabina 7 ha voglia di distendersi sulle assi da stiro, stirare le lenzuola di carta e riposare nel proprio loculo. Affacciati ai finestrini del corridoio i nottambuli cercano refrigerio, dopo una giornata afosa; vedono sfrecciare il golfo partenopeo inanellato da scie luminose fino a Sorrento, poi il buio quasi totale; l’aria profuma di mare e di mondezza, tuttavia scaccia dai polmoni l’invadente odore di ferrovia.

domenica 25 ottobre 2009

Espresso 823 “freccia del sud” Carrozza 1 compartimento 7

Bologna-Roma (1p)

A Bologna sono le quattro del pomeriggio e fa un caldo che ti s’attacca addosso. Rocco ha le tasche piene di monetine che deposita regolarmente nelle fessure dei distributori automatici di bibite che incontra sul percorso. La carrozza n.1 ovviamente è l’ultima del convoglio e per salirci bisogna quasi arrivare a Modena sud.
Il biglietto-tovagliolo delle FS dice che il posto prenotato è il 103, ma non fa a tempo a sistemare il saccone che un vecchietto con un sano accento siculo gli propone di scambiare il 103 col 74, perché è stato separato dalla moglie… Le maniere brutali delle FS sono riuscite in quello che tanti anni di matrimonio non erano stati capaci.
Rocco, che si è già guardato attorno e non ha trovato trippa per gatti, si sposta dal compartimento 10 al compartimento 7, così come si compra un altro biglietto alla lotteria della befana, dando persino l’impressione al vecchio di aver compiuto una buona azione.
Prende posto al 74 dopo aver scaricato il pesante fagotto. L’espresso viene da Milano e la squadra della cuccetta C6, l’unica nella quale sia stato possibile trovare un buco, è quasi fatta: Rocco, una signora più anziana ma non ancora scartabile che ha tutta l’aria di essere una prof sgallonata, un signore riservato e/o scoglionato forse dal viaggio o dai casi della vita, due ragazzi che non trovano di meglio da fare che spararsi nelle testa musica atroce, a tale volume che i bassi arrivano alle orecchie di Rocco e gli scompigliano i pensieri…
I due trovano pure il tempo di scambiare qualche battuta del tipo: (nonostante gli sforzi non ne ricordo una, suggerimenti please)
Rocco ha qualche problema con signor Malaussène e scarica sui due ragazzi la colpa grave di non riuscire a cogliere il ritmo di Pennac. Le gallerie che si rincorrono di certo poi non aiutano la lettura.
A Prato sale il sesto uomo che, a giudicare dalla statura, potrebbe anche aver pagato la tariffa ridotta. Rocco si presta con la valigia, visto che non è il caso di far salire il nano sulla scaletta, anche se magari questo lavora al circo Togni ed è un acrobata con le palle!
La sosta si prolunga e il getto d’aria condizionata si trasforma in un fiacco soffio asmatico lasciando il campo all’afa pomeridiana che avanza in accerchiamento. Finalmente si riparte e si presenta pure il vetturino, un personaggio da film: ricorda nei modi e nella parlata Luciano Salce, c’ha anche la bocca storta. Dice, in un italiano buro-siculo-ferroviario, che a lui non frega niente se ho cambiato biglietto con quello della cabina 10, tanto i biglietti li prende tutti lui e ce li ridarà all’arrivo, e poi lui sarebbe il vetturino della carrozza n.2 e se lo vediamo sulla n.1 è solo perché il suo collega è in ferie.
A Firenze Rocco chiede alla prof, che nel frattempo s’è capito provenire dal varesotto, una delle sue riviste culturali; tra Chi, Gente e la Settimana Enigmistica, la scelta è spinosa. Decide di farsi una full immersion nel jet set cinefilo-politico-papponico, tra baci rubati, corpi esibiti e crisi esistenziali a bordo di yacht chilometrici, quando si ritrova solo nello scompartimento. Il silenzio, la solitudine gli da più fastidio del casino e non tarda ad uscire pure lui nel corridoio affollato.
Il convoglio si ferma a Chiusi - Chianciano Terme, una sosta di pochi minuti ma che a molti pare più che inopportuna, fintanto che la folla pigiata non vede, come in un’apparizione miracolosa, Valeria Marini o il suo cartone petrolifero salire sul vagone. Rocco getta la testa fuori dal finestrino, come un pesce volante sull’acqua, e non crede ai suoi occhi: i due milanesi hanno lasciato l’hard rock e stanno aiutando la Marini e la sua damigella con i bagagli, a salire la scaletta e a farsi largo nel corridoio, tra occhi rapiti e mani trattenute a stento. “Sti mocciosi, altroché pirla…” si lascia sfuggire Rocco. “Come?” domanda il nano alzando il naso verso lo zenit. Dalla sua mole, lui non lo caga neppure, che deve seguire l’entrata in scena della vamp, che avanza con andatura pomposa stretta nell’aderente e sfuggito tubino bianco a fiori nelle varie sfumature di grigio, e anche dagli sguardi interessati di tutti i maschietti del treno.
Rocco sgama che i quattro si conoscono e che vorrebbero sistemarsi nella stessa cabina, ma la dama di compagnia ha un posto nella 8 e Valeria nella 6.
Da vicino si capisce che trattasi della versione baby della vamp, diciamo prima del successo? Comunque le misure, le movenze e … pure la voce stridula sono le stesse. Lei si pone subito a capo della comitiva e afferma con sicurezza che poi chiederà a qualcuno di cambiare di posto in modo da passare tutti assieme la notte.
A Rocco certe visioni muovono la vescica e, siccome aveva sentito i due ex-pirla parlare di un solo cesso funzionante, chiede a uno dei due dove è il caso di tagliare la folla brulicante.
Al ritorno in cabina il signore scoglionato e pure il nano, con tanto di valigie al seguito, non ci sono più; al loro posto le due bionde.
I giovani non solo si conoscono, ma si scopre che uno dei due ragazzi è fratello della Valeria e l’altro il suo ragazzo (?!), mentre l’amica pare avere qualche mira sul fratellino della vamp…
La Marini possiede notorie doti persuasive, ma i rapporti col vetturino restano difficili, che a lui non importa nulla degli spostamenti dei viaggiatori, basta che gli consegnino biglietto e prenotazione. E comunque lui è responsabile della carrozza n.2 e se lo vediamo su questa è solo per fare un piacere ad un collega in ferie… La tipa resta col biglietto-tovagliolo in mano, si guarda attorno stupita, poi, siccome tutti fanno la faccia rassegnata, con un’alzata di spalle ripone la carta nella borsetta.
Rocco apre e richiude subito il povero signor Malaussène, che nel frattempo, con tutti quegli scambi da calcio-mercato estivo, s’è tutto spiegazzato. I quattro fanno tanto fracasso che non si riesce a fare altro che seguire i loro discorsi. Poi inizia a piovere: certo nello scompartimento 7, nonostante fuori il sole inondi tutto il creato, cadono gocce di te; alla pesca per la precisione. “Ma no dai… è solo la condensa!”. I pirla hanno portato delle bottiglie di te ghiacciato ed hanno giustamente pensato di posarle nella mensola più alta, proprio sulla testa di Rocco. Quest’imprevisto mette appetito ai giovani che, cercando di far terminare la pioggia, ne approfittano per aprire altri fagotti pieni di cibarie: circa la metà delle valigie è piena di cose da mangiare: patatine, panini, tramezzini, merendine, torta della nonna, ecc.
“Signore” vuole anche lei qualcosa?” chiede inaspettatamente la figona.
Rocco prima maledice il barbiere che gli aveva giurato che il taglio corto ringiovanisce il volto, poi risponde che no, non ha fame, con questo caldo… semmai qualcosa da bere. “Abbiamo acqua minerale gasata e non, te alla pesca, al limone, anche verde, succhi di frutta…” elenca diligentemente il cucciolo. “Ecco… un succo grazie” taglia corto Rocco che non riesce a scacciare il sospetto che lo stiano prendendo per il culo.
“Alla pera, alla pesca, all’albicocca… c’è anche al tropical vero?” insiste il fratellino.
“Alla pesca va bene” risponde acido Rocco, tanto che il ragazzo non dice più nulla e gli porge il tetrapak con la cannuccia.
Mentre Rocco succhia il succo con la cannuccia che gli diventa sempre più corta al diminuire del liquido, gli altri allestiscono un vero e proprio banchetto; pure la prof non rifiuta una fetta di torta. Rocco si sente escluso, si pente di essere stato villano e di aver pensato quello che ha pensato; questi sono pischerelli, non lo fanno con cattiveria. “Che avete svaligiato l’Esselunga?” prova a rimediare il bellimbusto che ha trascorso qualche tempo a Milano, sopravvivendo grazie alle insalate prelavate e miscelate dalla catena di distribuzione alimentare. La battuta funziona tanto che prima di riporre le cibarie la vamp, che appare sempre più come il capo banda, insiste: “Lei è sicuro di non volere assaggiare neppure un pezzetto di dolce?”.
Le ombre della sera hanno risvegliato le luci elettriche che si riflettono su lunghe strisce metalliche e sporchi vetri temprati. Sono fermi da un po' alla Tiburtina dove forse attaccheranno altre carrozze, non ci sarebbe nulla di meglio per ingannare l’attesa che fare quattro chiacchiere, ma quel lei, anche se viene dopo il signore, frena l’entusiasmo di Rocco.
“Sicuro, grazie; più tardi mangerò il panino che ho portato”.
Non appena ripartiti ecco di nuovo il vetturino che subito si rivolge alla signora prof per chiedere un favore. Intanto Valeria riprende in mano il suo tovagliolo nella speranza di risolvere il caso; i dialoghi s’intrecciano, gli animi già surriscaldati prendono fuoco. La scena è proprio da commedia all’italiana con la battuta fulminante del vetturino rivolta alla signora “Ma lei femmina è?”. Questa si guarda attorno e cerca conforto, se non proprio conferme, ma trova solo volti inebetiti. Il tipo capisce di averla detta grossa, allora prosegue: “Dunque lasciatemi spiegare senza interrompere, ci sarebbe il qui presente signore che per l’appunto è salito alla Tiburtina senza prenotazione, cosa che non si dovrebbe mai fare… ma comunque fortunatamente sarebbe disponibile un posto nella cuccetta C4 confort; disgraziatamente è occupata tutta da femmine e lei capisce bene… allora io chiedo, per conto del signore s’intende, la cortesia di scambiarvi di posto. Ah beninteso il signore è disposto ha pagare la differenza del prezzo del biglietto, e poi lei starà più comoda che qua” termina la sua omelia guardandosi attorno deformando ancor di più la bocca come se solo allora s’accorgesse della trascuratezza dell’allestimento.
La prof dice che non ha nulla in contrario, basta che qualcuno le porti i bagagli, inoltre vorrebbe pagarsi la differenza, visto che lei si godrà il maggior comodo e non il signore. Mentre il signore si affaccia dalla porta e volenteroso prende i bagagli della prof, la Marini riesce finalmente a farsi esaminare il tovagliolo e, con un bel buco di controllo, lo ripone definitivamente nelle mani del vetturino.
Il nuovo arrivato in realtà viene da Torino dove lavora da anni come autista fornitore e se ne sta tornando dalla famiglia a Palermo per trascorrere le ferie. A Rocco non va proprio giù che l’abbiano chiamato signore, perché a guardarlo bene pare più giovane…
Intanto qualcuno dei ragazzi ha tirato fuori le carte e, sbrigate ormai tutte le formalità culinarie-burocratiche-ferroviarie, tutti si sentono rilassati e pronti al gioco. Dopo una briscola maschi-femmine e un’altra a coppie invertite, dove non s’è riuscito mai a capire chi avesse superato i 60, qualcuno propone di cambiare gioco e tira fuori delle strane carte tutte colorate.
Si cerca di coinvolgere anche i signori: il fratellino si occupa dell’autista fornitore e la sorellina, forse solo perché gli è seduta accanto, di Rocco. “Vuole giocare anche lei” chiede sbattendo gli occhi come una bambolina di porcellana.
Rocco che ormai non riesce a distogliere lo sguardo da quell’involucro bianco fiorato, si gioca le sue carte: “Volentieri, se però lasciamo perdere il lei che m’imbarazza. Il mio nome è Rocco”.

Si, ha detto proprio così st’impunito…