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mercoledì 13 luglio 2011

il mare blu battiscopa del cielo azzurro

ripubblico un vecchio post di 2 anni fa tratto dal racconto "Mare d'inverno", forse qualcuno se lo era perso...


Una lunga teoria di piastrelle di cemento bianche e rosse alternate puntano dritte e senza esitazione verso il mare tra la sabbia quasi immateriale che si fa da parte; qua e là sono sommerse dall’arena come antichi tracciati romani. Tre figure di altezze diverse sono ferme al limite estremo dove la via tocca il battiscopa del cielo, la schiuma di un onda quasi una efflorescenza di sali di zolfo. Socchiudendo gli occhi ormai stanchi si vedono solo tre campiture: una ocra, bassa e larga occupa gran parte del quadro, una centrale, blu inchiostro e sottile divide la precedente da quella alta, celeste, media proporzionale tra le due precedenti, una linea tratteggiata rossa solca la campitura ocra. La luce sembra provenire dall’infinito.

domenica 21 febbraio 2010

L'abito non fa il monaco, ma ripara dal freddo (3p.)



Ugo riuscì a fatica a controllare le codate della trota, il cuore gli batteva a mille e nella convulsione del momento imbarcò una discreta quantità d’acqua negli stivali e stava quasi per scivolare su un ciottolo ricoperto di muschio, ma riuscì in qualche modo a riguadagnare la riva con la trota ancora all’amo. Poi la esaminò attentamente, (Accidenti, era veramente una grossa trota!) ma la sua faccia subito si oscurò vedendo in quale maniera si era attorcigliato il filo e chissà dove era sceso l’amo...

Seccato scaraventò canna e trota nel greto secco del fiume e si sedette su quel letto di pietre.

Si tolse gli stivali a fatica, le calze di lana erano zuppe, i piedi nodosi erano gelati e raggrinziti come la pelle di un vecchio. Erano rossastri come ciliege acerbe, mentre la pelle sotto le unghie e sopra le ossa era biancastra ed il tutto sembrava carne in mostra dal beccaio.

Si frugò nelle tasche ed estrasse lo scaldamani catalitico, era ancora carico, il contatto con le mani era piacevole. Poi accostò le piante dei piedi una contro l’altra provocando uno scricchiolio alle ginocchia e sentendo un forte dolore all’inguine, si mise quell’arnese caldo tra i piedi con lo stesso gusto con cui si mette una fetta di prosciutto tra due pezzi di pane fresco e tenendosi i ditoni con una mano, strizzando le calze con l’altra, restò cosi immobile finche sentì il sangue riscorrergli nelle vene violastre e sporgenti dei piedi. Tirò allora un profondo sospiro di sollievo.

In quell’istante di beatitudine Ugo andò col pensiero alla figura nera in controluce che aveva visto sul treno incorniciata dal finestrino come un quadro futurista o un ombra cinese.

Al passaggio del convoglio era rimasto incuriosito dal fatto che si fosse fermato proprio lì sopra: non era mai capitato; allora era subito sceso dalla pila per vedere cosa stava succedendo. Trovando una scena tranquilla, riprese la sua pesca ma ogni tanto tuttavia lo sguardo si posava su quel treno, quelle carrozze ferroviarie di legno laccato di bianco e di azzurro, gli sbuffi insofferenti della caldaia e soprattutto a quel finestrino in cui si vedeva più agitazione: figure di muovevano passando da una posizione all’altra, si incrociavano, si compenetravano, si fermavano viso a viso, passavano oltre ad altre finestre. Infine tutto tornò calmo, fermo, immobile. Solo una nera figura di donna si era sporta dal finestrino, un esile raggio di sole riuscì a mettere in luce solo un nero fazzoletto attorno alla testa, pure nera poiché in ombra.

La sosta si prolungava ed Ugo si sentiva infastidito da quella macchina a vapore che era venuta a rompere la sua pace, pensava che non c’era più posto dove fuggire, ma si trovava sempre più spesso attirato da quel finestrino, attratto da quella sagoma snella, ma possente, da quella donna sfuggente, né giovane né vecchia, né bella né brutta, né mora né bionda: nera!

Alternava lo sguardo tra il riverbero tremolante delle acque e il cangiante contorno nero dell’ombra rinchiusa nel finestrino come volute di fumo o lingue di fiamma. Ed il cuore si scaldò. Ripensò allora alla sua solitudine, alla sua incapacità di trattare con le donne, alle sue indecisioni, ai suoi ripensamenti, alle occasioni mancate... Contandole ora trovava che le avventure non erano state poche, ma per l’appunto erano rimaste solo avventure, storie senza spessore; tutto procedeva bene fintanto che la cosa rimaneva superficiale, non impegnativa, ma non appena vi era un accenno di approfondimento, la nascita di legami, di proposte per l’avvenire, di progetti anche semplici, Ugo perdeva la sua sicurezza, la sua calma, la sua pace.

La conoscenza vera di una donna, da accettare in blocco, pregi e difetti, mani e piedi, carne e spirito, passato e futuro, lo bloccava, lo spaventava fino a sentire i brividi sulla schiena e un freddo desolante in petto. Anche le forme sinuose ed abbondanti del corpo di lei, la sua pelle vellutata, il tal particolare eccitante ed irresistibile diventavano secondari, poi col tempo del tutto indifferenti come quelli di una statua di pietra di perfetta e subdola bellezza. Prendevano corpo invece quelle caratteristiche invisibili e impalpabili che sono il vero aspetto delle persone, prima sfumate e promettenti, poi chiare e contrastanti, infine nette ed immodificabili, inconciliabili coi desideri.

Così se ne erano andate dalla sua mente, e dalla sua vita, tutte le sue donne, così erano finite tutte le sue storie, lasciando solo in esile e serpeggiante traccia. E fosse stato solo con le donne! Nello stesso modo era finita con la famiglia, gli amici, i compagni del movimento, i colleghi di lavoro...

Ugo non voleva essere esplorato, sondato nel profondo da trivellazioni esterne; la conversazione su se stesso lo rendeva più nudo di quanto possa fare la nudità fisica che aveva invece sempre accettato con straordinaria naturalezza, il parlare delle proprie sensazioni lo rendeva vergognoso più di qualsiasi atto immorale che pur non essendo incline a compiere era ben disposto a perdonare, a comprendere. Era anche per questo che non aveva alcun interesse a trivellare gli altri, nessuna voglia di scoprire tesori sepolti, vene segrete o fiumi sotterranei.

Gli ambienti chiusi, angusti, bui, gli avevano sempre dato un forte fastidio fisico, le grotte erano state il suo terrore di bambino. Preferiva restare in superficie, alla luce, sotto la volta celeste.

Di questa superficie preferiva poi quella meno rimaneggiata dall’uomo, la natura incontaminata che da bambino aveva avuto a portata di mano e poi con gli anni dovette iniziare a cercarla sempre più lontano, sempre più disperatamente.

La montagna, il bosco, il ruscello, la pesca derivavano da tutto questo. Ma un altro fatto giustificava la scelta della pesca al posto di un altra attività come ad esempio il cercar funghi, l’arrampicarsi sulle alte vette, il camminare semplicemente per il gusto di farlo: l’amore per il rito.

La vita programmata, senza sorprese, che si dipana secondo un calendario minuziosamente predeterminato e a cui non sfugge neppure l’azione più stupida, il gesto più banale riscuoteva su di lui un fascino irresistibile, ipnotico. La pesca era un rito o meglio la pesca di Ugo era un rito: nulla era lasciato al caso o all’imprevisto, l’importante non era prendere il pesce, ma svolgere, esattamente come si era pensato, ogni singola azione nel migliore dei modi possibile e nel dovuto ordine temporale senza dimenticare nulla. Durante il rito il tempo passava a velocità elevatissima, tanto più elevata quanto più i gesti si facevano lenti ed i pensieri erano leggeri e pacati. La pesca era un rito positivo perché non era imposto da altri, ma scelto da chi lo officiava; lo stupido lavoro di operaio era un rito negativo perché veniva elaborato dal padrone e subito da Ugo che lo doveva svolgere, anzi vi doveva assistere, senza poter essere cosciente della più piccola fase o attività particolare. Comunque anche questo stupido lavoro rituale era sempre meglio dell’improvvisazione, dell’insensatezza, del caos della vita moderna.

Ad un certo momento l’ombra nera si voltò di fianco e Ugo vide per un attimo le linee flessuose di quel corpo stagliarsi come orizzonti lontani nella luce del finestrino; la donna si era confusa con la natura. Fu un attimo, poi i contorni ripresero una forma tozza e anonima finché scomparve quasi dalla vista; rimase solo una pallina avvolta da un fazzoletto.

Ugo provò a pensare a chi appartenesse quell’ombra, chi era la donna che l’indossava, ma questo era un esercizio tutt’altro che rituale, richiedeva invece notevoli doti di analisi, di intuito, di fantasia; ma questo non era il fatto più preoccupante: il difficile era non avere il minimo riferimento, il più incerto tracciato da seguire che non fosse quell’ombra nera che cambiava forma ogni secondo.

Ben presto Ugo esausto pensò ad altro, al fatto che proprio questo pensare, questi pensieri non facevano parte del rito della pesca, erano un imprevisto, come lo era la sosta del treno sul ponte, come lo era in fondo anche la cattura della trota.

Ad un tratto si girò e guardando il pesce si stupì nell’avvertire che le branchie si gonfiavano e si sgonfiavano con lo stesso ritmo con cui lavoravano i suoi polmoni ancora in debito di ossigeno dopo lo sforzo imprevisto; dalla bocca della trota usciva un sottilissimo filo, dalla sua una lieve bava di fiato.

Improvvisamente la trota diede un ultimo colpo di coda e poi rimase immobile, grigia e opaca come tanti altri innumerevoli sassi.

Il sole cominciava già a scendere tra le cime del bosco vecchio.

domenica 7 febbraio 2010

L'abito non fa il monaco, ma ripara dal freddo (2a parte)



Gli occhi grigioverdi di una donna guardavano dal finestrino sporco il verde circostante. Nel vagone c’era aria di chiuso, i tendaggi polverosi e la stufa tirata a mille rendevano l’aria irrespirabile. Forse per questo, forse perché era una bella giornata, forse perché in quel punto la ferrovia saliva a mezzacosta ed offriva un panorama meraviglioso (ma perché poi si deve sempre trovare un perché?), la donna aprì il finestrino, respirò profondamente, appoggiò le braccia al telaio di ferro, i gomiti appuntiti sbiadirono il golfino primaverile, il petto schiacciato contro il vetro freddo, lo sguardo verso quella meraviglia. Dunque i suoi occhioni grigioverdi con lunghe ciglia castano chiaro, colore dei ricci di castagne secche, roteavano, zigzagavano puntando qua e là mentre il treno correva. Correva, ma non troppo, poiché la salita era impegnativa. Come due mosche chiuse in un barattolo di vetro queste palle grigioverdi schizzavano secondo traiettorie imprevedibili, ma sempre racchiuse tra le pieghe delle palpebre. A queste traiettorie repentine corrispondevano, come collegate da un gigantesco ed invisibile pantografo, altrettanti punti, oggetti, piante, animali osservati. Tra queste cose ad un certo momento capitò un pescatore che stava pescando in un ruscello e l’immagine non durò, come le altre, pochi secondi poiché il treno arrancava e proprio quando la carrozza della donna dagli occhi grigioverdi racchiusi da due linee allungate era sulla chiave del ponte, emettendo un grande sbuffo vaporoso, si fermò.

La donna subito si occupò di capire cosa stava succedendo, ma il controllore la rassicurò dicendo che la linea era impedita, c’era il rosso. Si può comprendere allora come la donna avesse tutto il tempo per osservare meglio quel pescatore vestito di tutto punto e con il basco vermiglio.

Senza neppure sforzarsi tanto vide subito in lui l’abile pescatore, il grande cacciatore, il famoso esploratore, insomma l’uomo che vive di caccia e di pesca e che, con questa unica attività, riesce a sfamare una intera famiglia, piena di piccoli affamati di tutto. Un uomo così poteva permettersi i figli che voleva, e pure le donne... Chissà quante avventure poteva raccontare, quante volte aveva sfidato la sorte avversa, in quante occasioni aveva portato a casa la pelle per un soffio...

In quel momento Ugo entrò nel torrente, fece qualche passo fino a che l’acqua gli lambì l’orlo degli stivali, poiché voleva provare ad arrivare nella pozza più a valle, ma gettando da dietro il gengone senza farsi vedere. Prese questa iniziativa anche per dare sollievo ai piedi che, imprigionati da diverse ore in quei blocchi di gomma, gli si erano gonfiati.

Alla donna dagli occhi grigioverdi quasi orientali sottolineati dagli zigomi sporgenti, questo gesto sembrò della massima audacia, come di colui che osasse guadare un fiume in piena. Sentì freddo per il pescatore e si rifugiò per un attimo dentro allo scompartimento, seduta ma con il naso appiccicato al vetro. Si abbracciava i gomiti acuti e un brivido le corse giù per la schiena. In quel momento per il pescatore sentì anche dell’altro: una sorta di ammirazione, si stima, di invidia, di innamoramento... (macchè figuriamoci!) .

Ah perché il suo uomo non andava mai né a pesca né a caccia! ed ora, che aveva perso il lavoro a seguito dell’invenzione dell’automobile, se ne stava sempre chiuso in casa a fare niente e se usciva era solo per andare a bere all’osteria o al ritrovo dei fannulloni? Perché non lo sfiorava minimamente la voglia di cercarsi un nuovo lavoro adatto ai tempi nuovi, il desiderio di darsi da fare in qualsiasi modo per mandare avanti la famiglia, di dare una sterzata alla loro esistenza, di cercare almeno il gusto dell’avventura?

La donna dagli occhi grigioverdi allungati, dagli zigomi forti e dalla bocca contornata da labbra sottili, identificò in quel pescatore con gli stivali immersi nell’acqua gelida tutto quello che il suo uomo non era, non era mai stato, e mai sarebbe diventato. Vedeva in lui un insieme di doti, di caratteristiche , di attributi che aveva sempre richiesto ad un uomo, ed il pescatore le pareva che se le portasse addosso, appese come le palline all’albero di Natale, ed ogni tanto brillavano ad intermittenza, bastava battere per un istante gli occhioni grigioverdi.

Spostando lo sguardo sulla borsa a rete con la spesa fatta al mercato della piazza dell’orologio non poté fare a meno di pensare ai suoi bambini, alla loro fame insaziabile, alla loro voglia di vivere. In loro riponeva tutte le sue residue speranze; mentre gli anni passavano riconosceva che loro erano stati l’unica promessa che la vita le aveva mantenuto: erano sani, belli, biondi come lei, in loro ora specchiava i suoi desideri. Sulla faccia del suo uomo invece rifletteva la sua rabbia, la sua paura, la sua angoscia. Ed ora cosa rifletteva su quel pescatore? Ci pensò un attimo, ma non seppe cosa rispondersi, rimase turbata, non riusciva a stare con la testa nella carrozza ferroviaria, la sua memoria frullava vorticosamente nel gorgo dei ricordi giovanili: l’infanzia nel freddo maso del nonno, l’adolescenza all’istituto professionale della valle sola fra tanti uomini, i sogni di diventare segretaria, i primi fidanzatini e il brusco risveglio con un figlio in pancia ...

Qui si interrompevano improvvisamente i suoi ricordi; il tempo di guardarsi distrattamente le mani lunghe da signora rovinate dal tempo, dal gelo e dalla terra, di rigirarsi tre volte attorno al dito la fede e ricominciavano di nuovo con altre scene, altri volti, altre luci, ma dello stesso periodo di tempo. Quella che pensava non era la donna, ma la bambina con gli occhioni grigioverdi, la ragazzina dagli zigomi rotondi che gli spuntavano in contemporanea coi seni (anch’essi rotondi e forti), la ragazza che tutto il paese guardava come si guarda una bellezza rara, la giovane a cui tutti non faticano a predire un radioso futuro e un matrimonio importante.

Stava ricominciando un altro giro di ricordi quando laggiù il pescatore all’improvviso si animò, lei si alzò in piedi per vedere meglio. Il pescatore puntò saldamente gli stivali nel greto del fiume, le gambe divaricate, il bacino in avanti ed il busto leggermente flesso indietro, la canna saldamente tra le mani. Questa canna si fletteva a movimenti alterni di pochi secondi, ogni volta di più; negli intervalli il pescatore raccoglieva il filo, la frizione del mulinello strideva. Quando sembrava sul punto di rompersi, vibrò violentemente poi la curvatura si addolcì ed uscì dall’acqua una grossa trota argentea che si dimenava portando la coda quasi sul muso con rapide frustate, ma ormai non poteva sfuggire trovando l’aria al posto dell’acqua.

In quell’attimo mentre la pelle squamata, ma tirata fino a scoppiare rifletteva di luce nel sole primaverile come una posata argentata, il treno diede uno strattone poi lentamente si mosse. La donna lasciò le sue sfere grigioverdi sul pescatore e sulla trota ancora vibrante di vita fintanto che tutto non sparì dietro una macchia verde; le sue mani grandi ed affusolate rimasero attaccate al vetro per un tempo maggiore...


(continua)

venerdì 22 gennaio 2010

L’abito non fa il monaco, ma ripara dal freddo (1a parte)

C’erano due volte sotto un ponte, in una scorreva un’acqua verde e gelida, l’altra era colma di sassolini piatti, levigati, secchi e colorati, monete di vecchie ere geologiche.

Ugo pescava con la mosca immediatamente a valle del ponte, dove il torrente faceva una buca piccola e profonda; l’acqua rallentava il suo flusso dopo avere accelerato in una cascatella bassa e stretta tra due gengoni. L’acqua era talmente limpida che le trote vedevano il pescatore e non abboccavano; si limitavano a girare attorno all’esca con grande tormento.

Ugo non era un grande pescatore, tanto che, se avesse dovuto vivere di quel che pescava, sarebbe già morto da tempo. Veniva a pescare in questo sperduto torrente alpino principalmente perché era in cerca di quiete al suo mare interiore che solo i rumori della natura ancora intatta riuscivano a calmare. Il gorgoglio dell’acqua sui sassi rotondi, l’odore del muschio che divorava i gengoni caduti chissà da dove, il lamento del cuculo proveniente da qualche punto indeterminato del bosco vecchio, le scie resinose che ogni tanto il vento portava sotto le sue narici, il freddo pungente del mattino che era un tutt’uno col silenzio circostante, quasi doloroso dopo una intera settimana passata nel frastuono caotico della grande città.

Si era svegliato presto, in silenzio per non svegliare nessuno in casa, era sceso ancora in pigiama nel fondo dove si era vestito da pescatore: mutande di lana lunghe, camicia di fustagno, maglione pesante, pantaloni di velluto a grandi coste, lunghi stivali di gomma, giacca di tela cerata e in testa un basco rosso, unico tocco eccentrico e personale. Si riempì le tasche del giubbotto di tutto il necessario per la giornata di un pescatore: sigarette, accendino, pipa e tabacco, caramelle e ...scaldamani catalitico; prese la cassetta da pesca già pronta dalla sera prima e si avviò sul suo vecchio motorino verso la meta agognata.

Il mezzo soffriva inerpicandosi sui tornanti che portavano al torrente, il fondo stradale era sempre più sconnesso man mano che si saliva: grosse buche colme d’acqua colorata erano come ostacoli di gimcana da superare.

Ugo respirava a pieni polmoni, si guardava attorno distratto come fosse la prima volta che capitava da quelle parti, tutto lo incuriosiva, tutto guardava, tranne la strada e ogni tanto finiva nelle buche spruzzando la broda tutt’intorno. Ogni buca era un goal che Ugo sottolineava con un urlo dirompente di gioia presto inghiottito tra le frasche del bosco che lambiva la strada, gli schizzi d’acqua erano come l’esplosione di uno stadio all’idolo vincitore.

Ugo era felice e più Ugo era felice e più il formichino soffriva; ma era un mezzo meccanico sottomesso all’uomo senza neppure più la possibilità di scartare di lato come avrebbe fatto un bisonte inferocito o imbizzarrirsi come un cavallo pazzo. Le leve di comando erano saldamente nelle mani e nei piedi dell’uomo e rispondevano meccanicamente, con un preciso ed immutabile rapporto, alla sua forza.

Cominciò il tratto sterrato, dove la terra aveva un colore rosato come il volto di una madonna rinascimentale. Ugo si senti ispirato da romanticismo e cominciò a zigzagare allungando il tragitto ma riducendo la pendenza per favorire il Rumi che sbuffava nel tubicino di scarico come il vapore in una ciminiera incrostata. Le ruote lisce slittavano sui sassi più fini, lanciando quelli più grossi dietro o di lato: ogni ostacolo sul loro cammino rispondeva con un secco suono che contrappuntava quello lamentoso e monotono del motore imballato.

Il sole era ancora sotto le montagne.

Ugo estrasse una sigaretta senza filtro dalla tasca del giubbetto, l’accese parando la fiamma con la mano nodosa, inspirò profondamente il fumo in gola guardando intensamente il galleggiante fucsia, cercando di cogliere un moto sospetto. Non vedendolo, chiuse per un attimo gli occhi poi espirò tutto il fumo ...ed anche qualcos’altro. Era ormai fermo da diverse ore sul greto del ruscello, la sua rete era vuota come pure il pacchetto di Nazionali. Ogni tanto cambiava la mosca, ma il risultato era sempre il medesimo; comunque non si arrabbiava, la pesca non era fatta per arrabbiarsi, ma al contrario per rilassare. Secondo la sua teoria, ed Ugo ne aveva diverse di queste teorie riguardo i più svariati aspetti della vita e tutte a loro modo originali, prendere il pesce equivaleva ad un guaio: tirandolo fuori poteva slamare, poteva essere sottomisura e bisognava rilasciarlo, l’amo poteva conficcarsi nelle pieghe più profonde della bocca, servivano arnesi, poteva dibattersi, bisognava stordirlo sbattendolo su una grossa pietra...

Era molto meglio che non abboccassero. Di questa ipotesi, per altro ricorrente, ne aveva fatto un vanto con gli amici al bar ed un dettaglio insignificante a casa.

Finito il pacco di sigarette passava alla pipa, non prima di essersi ripulito la bocca con alcune caramelle di menta e liquirizia. Per preparare il tabacco occorreva una pausa poiché servivano entrambe le mani. Allora si sedeva sopra la pila centrale del ponte e durante il rito dell’accensione passava, con precisione cronometrica l’accelerato delle 9.54, lo stesso che era passato già alle 6.14, mentre Ugo scendeva il ripido e stretto sentiero che collegava la strada al ruscello, con il carico di lavoratori da portare nella grande città. Ora era quasi vuoto se si esclude l’equipaggio e qualche comare della valle che tornava con la borsa della spesa ricolma.

Questo treno era l’unico rimasto su quella linea secondaria destinata ad essere potata prima o poi, ma prima avrebbero dovuto sistemare la strada. Il treno era anche l’unico contatto in quei luoghi tra la natura, vecchia come il mondo, e la nuova società industriale appena trapiantata, tra un’epoca imprecisata dominata dalla vegetazione e dagli animali e l’epoca moderna dominata dall’uomo e dalle sue macchine. Senza quel treno Ugo sarebbe potuto essere l’uomo delle caverne che pescava con la clava (a proposito sarebbe stato un problema!) oppure il villico romano che pescava con la rete di corda oppure il cavaliere errante che guadava il fiume a cavallo della sua bianca giumenta, oppure lo zoticone di tutte le epoche che beveva a quella limpida fonte, o semplicemente il suo avo materno con la parrucca bianca che in quei luoghi aveva fatto il guardiaboschi al tempo dell’invasione napoleonica.

Spesso tra una sigaretta e l’altra sognava quelle storie dove i contorni cambiavano, ma lui era sempre il protagonista: il re Ugus, l’imperatore Ugo I (e ultimo), il terribile bandito Brugo il bruto, il generale Ugorsky al comando delle truppe austroungariche, il celebre artista Ugo Ughi di passaggio tra questi monti durante una tournée per le contrade d’Europa...

Si sarebbe potuto tranquillamente dire che per Ugo andare a pesca era come andare a teatro, se si potesse farlo senza pagare il biglietto.

Il fischio del treno, e soprattutto il tremito del pilone, lo riportarono invece alla realtà, alla divisione tra metropoli e montagna, alla incompatibilità tra azioni e sogni, al fumo nero e denso dell’industria, al rumore assordante del traffico, al suo stupido e ripetitivo lavoro, alla sua sciocca ed insignificante vita, uguale a quella di tanti altri come lui.

Ugo faceva il tornitore in una industria meccanica che si occupava di armi ed equipaggiamenti bellici. Tutto era cominciato perché la sua famiglia era da diverse generazioni una famiglia di armaioli e allora suo padre lo mandò alla regia scuola professionale per tornitore per prepararlo al lavoro di bottega; ma poi il padre morì troppo presto senza riuscire a trasmettere ad Ugo il difficile mestiere. Cercò allora aiuto dagli zii, anche loro abili artigiani, ma i tempi erano difficili ed i figli tanti, per cui il nipote passava sempre più giù nella lista d’attesa. Si limitarono a mettere, accanto al cognome, una parola buona per l’assunzione in fabbrica. Ugo non era tagliato per la fabbrica, per molte cose non era tagliato per la verità, e quella fu per lui come un’assunzione in galera e ben presto cominciò a pensare all’evasione.

Ora dopo alcuni anni si può dire che se non si era abituato comunque se ne era fatto una ragione; il lavoro era solo una parentesi nella sua vita, una lunga parentesi ma d’altra parte non più lunga di quella parentesi che la maggior parte degli uomini dedicano a dormire. Ugo si rifaceva di questo inconveniente proprio rubando le ore al sonno per dedicarle alle sue passioni.

Come tutti i veri armaioli, non andava a caccia: il fucile era da considerarsi un’opera d’arte e non una semplice arma parente evoluta della fionda; il fucile si doveva esporre nella fuciliera, appendere al muro, accudire come un bambino, accarezzare come una signora, ma mai consumarlo nella dura e perigliosa attività venatoria. Allora ricercando il contatto con quella natura che aveva riempito la sua infanzia, non gli rimaneva che l’attività della pesca.

Il sole era ormai uscito allo scoperto.


(continua)

domenica 10 gennaio 2010

Lo strano oggetto (modificato)

Racconti dell'Adriatico


Solo alcuni anni fa c’erano le stagioni, erano quattro: autunno, inverno, primavera, estate e segnavano il ritmo del tempo. Qui in Romagna poi ne valeva solo una: l’estate, le altre tre si confondevano in un limbo fatto di nebbie spesse o vaporose, fantasiose sagre di paese, languidi o assurdi ricordi, fervidi preparativi, cadenze lente e ripetitive, profumi di castagne, ciccioli di maiale e piada unta. L’estate era la “stagione”, quella del mare, dei bagni, del solleone, delle straniere, delle “patacate”, delle notti bianche, dei soldi ...

L’estate la si aspettava come i bambini, ancora prima, aspettavano il circo e qualche volta ci si lasciava piacevolmente ingannare dalle prime calde giornate primaverili che annunciavano solo altri scrosci d’acqua; ogni estate ricominciava tutto: era un nuovo giro sulla giostra, una canzone nuova.

Ora sempre più spesso per strada si sente ripetere “Eh, non ci sono più le stagioni di una volta, adesso è tutto uguale e tutto possibile; tutta colpa di quelle maledette bombe!”

I mezzi di informazione invece ci ripetono tranquillizzanti che tutto questo è dovuto ad un lento cambiamento climatico dell’ecosistema terrestre, del tutto normale visto in un’ottica geologica, facente parte di una periodica oscillazione attorno ad un astratto punto di equilibrio.

Già, i mezzi di informazione ...


... ed ora passiamo alle notizie dall’interno.

In questa tersa mattina di fine gennaio, dopo una intensa mareggiata, è stato ritrovato su una spiaggia dell’Adriatico uno “strano oggetto”.

Autore della scoperta è l’operatore ecologico Bob che ha prontamente provveduto ad avvisare il Comando della Protezione Civile.

Sul posto sono subito accorsi numerosi giornalisti dei principali network e dei più svariati giornali elettronici nonché una folla di curiosi e di villeggianti.

Come documentano le prime immagini arrivate in redazione, Bob scodinzolando mostra agli esperti il luogo esatto del ritrovamento ed il suo sguardo all’Iper-Questore è inequivocabile: pretende come ricompensa un megaosso fritto Eureka! (messaggio pubblicitario)

Ritrovato misterioso oggetto metallico sulla costa adriatica Inspiegabili fenomeni collegati alla scoperta

Ecco il cordone degli agenti che trattiene i curiosi mentre procedono, con estrema cautela, le operazioni di recupero poiché la “cosa” potrebbe risultare altamente nociva inoltre ancora non si conosce la natura e la provenienza dell’oggetto ; infatti si è già attivata una procedura di V.I.A.

In quest’altra inquadratura invece il bagnino Pino mostra orgoglioso il suo nuovo stabilimento balneare che funziona tutto l’anno e con qualsiasi condizione meteorologica grazie alla gestione automatizzata del microclima...

Giunge purtroppo ora la notizia di alcuni bagnanti colpiti da insoliti malori, subito ricoverati al Polispedale del capoluogo rivierasco dove sono stati sottoposti a trattamenti di ludochiroterapia, agopuntura laser e cure omeopatiche con risultati non del tutto soddisfacenti.

Mobilitazione generale per lo strano reperto Il primo cittadino invita alla calma ma intanto sono giunti sul posto esperti NASA

Per evitare inutili allarmismi il “reperto” è stato trasferito in luogo segreto e protetto, dove potrà essere più accuratamente studiato e sottoposto, forse, al test della macchina della verità.

Dal giorno del ritrovamento il tempo è notevolmente peggiorato sulla costa: il mare è violentemente mosso da un moto ondoso irregolare anche se non soffia una bava di vento, il cielo è costantemente velato e l’aria è irrespirabile tanto è calda e acida.

Non sono pochi coloro che temono un tardivo manifestarsi degli sconvolgenti cataclismi apocalittici di fine millennio predetti dai ministri esoterici, astrologi e anche qualche religioso, ma di cui non si è vista la benché minima traccia.

A tali persone terrorizzate, a cui i telesantoni chiedono insistentemente di pentirsi, a nulla giova ovviamente ricordare che Cristo in realtà nacque sei anni prima di quanto si credeva fino a qualche tempo fa e quindi già saremmo nel 2006 avendo aggirato la boa del millennio, senza danno alcuno, da ben sei anni!

Ormai l’oggetto è stato fotografato ed esaminato anche da esponenti dei più diversi settori delle nuove discipline: geobiomatici, metafisicinucleari, criptopsicologi, archeodesigner.

Mettendo insieme alcune indiscrezioni filtrate, pare che non si possa escludere una provenienza aliena dell’oggetto.

Ma vediamo meglio con questa foto ravvicinata di cosa si tratta; la forma è alquanto strana, la lucentezza davvero inquietante! A cosa può servire un tale arnese?

A proposito... la nota conduttrice di quiz Nike mette in palio uno speleoviaggio per 2 persone nel cratere del vulcano Krakatoa a chi ne indovinerà l’esatto uso e provenienza.

Guardatelo bene ancora una volta prima della pubblicità ...

Interpellanza delle opposizioni sulla incapacità di controllare la crisi dell’Adriatico mette in difficoltà il Governo di destra-centro-sinistra Fuga in massa di turisti dalle pensioni e di lavavetri dai semafori

Purtroppo l’efficiente Bob non ce l’ha fatta: questa mattina ha cessato di respirare ed è stato già sottoposto a clonazione, vista la grande richiesta giunta da ogni parte d’Italia.

Cosa avrà causato la misteriosa morte dell’operatore ecologico?

Lo abbiamo chiesto a numerosi esperti delle scienze alternative: magnetoveterinari, neurocinofisiatri, emorabdomanti e al mago Fritzin officiante di antichi riti runici e celtici che riceve all’indirizzo MilanNet che vedete scorrere in sovrimpressione.

“Quello che è successo al povero Bob è senz’altro dovuto alla carenza del fluido benefico emanato dal suo focolare astrologico, ricordate quindi di cambiare la carica prima che si esaurisca per evitare pericolosissimi periodi bui; approfittate allora della nostra promozione che vi offre 3 cartucce tre al prezzo di 2! Affrettatevi, l’offerta è limitata all’esaurimento delle scorte!”

Di qualche minuto fa è il fax del direttore del LAM (laboratorio analisi metallurgiche) che sostiene non essere ancora possibile stabilire il materiale con cui è fatto l’oggetto, ma garantisce che le indagine tecniche stanno procedendo rapidamente, grazie alla cospicua sottoscrizione pubblica, e al prossimo comunicato sarà in grado di formulare una risposta esauriente.

Lunghe code alle frontiere Seri controlli per prevenire un possibile contagio nella Comunità

Ingenti danni alla stagione turistica calcolati dagli esperti di romagnamia in diverse decine di milioni di fiorini europei; viva è l’apprensione tra gli operatori economici che sperano di poter accedere ai fondi previsti dalla Comunità per le calamità naturali.

La provenienza aliena del metallo sembra sempre più certa; recenti sondaggi effettuati in strada la danno al 67%, in aumento di 15 punti rispetto alla precedente rilevazione, il 19% ritiene si tratti di un reperto archeologico di Atlantide che un precedente sondaggio ormai consolidato ha dimostrato essere sprofondata proprio al largo della costa adriatica, il 9% pensa alla materializzazione dell’antimateria, mentre il restante 5% non sa o non risponde.

E’ stata intanto annullata la maxitelefonata da Guinness dei Primati che doveva coinvolgere domenica più di trecentomila utenti-bagnanti collegati contemporaneamente con i loro satellitari al Telefono Arcobaleno in favore dei bambini daltonici; l’iniziativa sarà riproposta non appena la situazione si avvierà alla normalità.

Intanto non vi è alcuna notizia, da alcune ore, del direttore del LAM che è sparito lasciando come unica traccia le casse dell’Istituto vuote e la moglie nigeriana disperata che ripete “Torna signore, torna. Ma è tanto buono che lo perdono”.

Lo strano oggetto diventa il gadget più gettonato dell’estate La guerra del brevetto è senza esclusione di colpi

Per gente che parte, gente che arriva: vengono per vedere con i loro occhi i luoghi del ritrovamento della “reliquia”, stringere la mano al bagnino Pino, visitare il monumento-ologramma al fedele Bob, provare sulla propria pelle l’ebbrezza di un bagno nell’acqua ribollente, ballare al ritmo astrotribale del “ballo della cosa” che impazza nelle laserteche della riviera.

Le condizioni climatiche sono intanto in continuo lento miglioramento come mostrano i dati rilevati stamani dalla centralina mobile pigeon che ha sorvolato le principali località balneari; le autorità invitano comunque a portare sempre la mascherina a protezione delle vie respiratorie come d’altronde è ormai saggia consuetudine.

Ed ora, prima di concludere, ecco l’oroscopo e i numeri vincenti della lotteria abbinata alla festa di San Valentino ...

Il mare è come un enorme pentolone di minestra in ebollizione; anche vicino riva, dopo i cordoni dei filtri chimicobatterici, l’acqua, seppure pulita, è in frenetico movimento, un po’ come in attesa degli spaghetti. Conformemente a quanto raccomandano le diete alimentari anche quest’acqua è insipida per non rovinare la pelle dei bagnanti ma colorata di un bel blu cobalto per fare nuotare felice la fantasia verso mari lontani ...

La sabbia selezionata e pastorizzata è posata in strati paralleli via via di colore sempre più chiaro: quelli più profondi emergono qua e là disegnando loghi commerciali; esili cunicoli ellissoidali in fibrocemento spuntano da questa sabbia, leggermente ammonticchiata attorno al tubo e alle palme sintetiche, emettendo lunghe file di pazienti bagnanti perfettamente allineate, tutti con il loro capellino di celluloide, il corpo brillante di film protettivi plastosiliconici, gli stivaletti autoimmuni ai piedi e il computer da polso, insomma pronti per una nuova, lunga e salutare giornata di terapia marina.

Geppe è un tipografo in pensione da quando l’era dei computer ha reso inutile il suo lavoro.

Ridge è il suo nipotino che non sa come confidare al nonno di avere perso nella sabbia, alcuni giorni prima, quell’arcaico ingranaggio della rotativa che il vecchio aveva sottratto come ricordo dall’officina e poi aveva regalato al bimbo che lo usava per realizzare i suoi castelli di sabbia.

L’uno ricurvo, l’altro saltellante, camminano tenendosi per mano sul bagnasciuga antiscivolo in canottiera, pantaloncini e sandali; é una splendida mattina di metà febbraio, l’aria frigge di iodio che fuoriesce dagli ugelli sparsi accanto ai pali alzabandiera, sotto l’ombrellone parabolico la TV ad alta definizione trasmette in diretta satellitare da Sidney l’inaugurazione dei XXIV Giochi Olimpici.

I titoli dei quotidiani informatici sono monopolizzati dalle mirabolanti sfide sportive e dai possibili nuovi record mondiali, quali saranno, se ci saranno, i limiti alle possibilità dell’uomo del nuovo millennio?


(testo rivisto e corretto per la partecipazione, fuori concorso, al MER 1996)

mercoledì 23 dicembre 2009

Lo strano oggetto

In questa tersa mattina di metà giugno, dopo una intensa mareggiata, è stato ritrovato su una spiaggia dell’Adriatico uno “strano oggetto”. Autore della scoperta è l’operatore ecologico Bob che ha prontamente avvisato la Protezione Civile. Sul posto sono subito accorsi numerosi giornalisti della TV e della carta stampata nonché una folla di curiosi. Come documentano le prime immagini giunte in redazione, Bob scodinzolando mostra agli esperti il luogo del ritrovamento ed il suo sguardo all’Iper-Questore è inequivocabile: pretende per ricompensa un megaosso fritto Eureka! trovato misterioso oggetto metallico in Adriatico Inspiegabili fenomeni collegati Ecco il cordone degli agenti che trattiene i curiosi mentre procedono con estrema cautela le operazioni di recupero, poiché la “cosa” potrebbe risultare altamente nociva, infatti è già stata attivata una procedura di V.I.A. Giunge ora la notizia di alcuni bagnanti colpiti da insoliti malori, subito ricoverati al Polispedale del capoluogo rivierasco dove sono stati sottoposti a trattamenti di ludochiroterapia e cure omeopsicopatiche. Mobilitazione generale per lo strano reperto Il primo cittadino invita alla calma ma sono giunti sul posto esperti NASA Intanto l’oggetto è stato fotografato ed esaminato anche da geobiomatici, metafisici nucleari, archeodesigner. Secondo alcune indiscrezioni filtrate, pare che non si possa escludere una provenienza aliena dell’oggetto. Ma vediamo meglio con questa foto ravvicinata di cosa si tratta; la forma è alquanto insolita, la lucentezza davvero inquietante! A cosa può servire un tale arnese? A proposito... la nota conduttrice di quiz Nike mette in palio uno speleoviaggio per 2 persone nel cratere del Krakatoa a chi ne indovinerà l’esatto uso. Guardatelo bene ancora una volta prima della pubblicità. Interpellanza delle opposizioni sulla incapacità di controllare la crisi dell’Adriatico mette in difficoltà il Governo Fuga di turisti e di lavavetri Purtroppo Bob non ce l’ha fatta: questa mattina ha cessato di respirare ed è stato già sottoposto a clonazione, vista la grande richiesta giunta da ogni parte d’Italia. Cosa avrà causato la misteriosa morte dell’operatore ecologico? Lo abbiamo chiesto a magnetoveterinari, neurocinofisiatri, emorabdomanti e al mago Fritz officiante di antichi riti runici che riceve all’indirizzo MilanNet che vedete scorrere in sovrimpressione. Lunghe code alle frontiere Severi controlli per prevenire un possibile contagio La provenienza aliena del metallo sembra ormai certa; recenti sondaggi effettuati in strada la danno al 64%, in aumento di 15 punti rispetto al precedente rilevamento, il 22% ritiene invece si tratti di un reperto archeologico di Atlantide che recenti studi hanno dimostrato essere sprofondata al largo della costa, il 9% pensa alla materializzazione dell’antimateria, mentre il restante 5% non sa o non risponde. Lo strano oggetto è il gadget più gettonato dell’estate Guerra del brevetto senza esclusione di colpi
Geppe è un tipografo in pensione da quando l’era dei computer ha reso inutile il suo lavoro. Ridge è il suo nipotino che non sa come dire al nonno di avere perso nella sabbia, alcuni giorni prima, quell’ingranaggio della rotativa che il vecchio aveva sottratto per ricordo e che il bimbo usava per realizzare i suoi castelli di sabbia. Camminano tenendosi per mano sul bagnasciuga; é una splendida mattina di fine giugno, sotto l’ombrellone la TV ad alta definizione trasmette in diretta satellitare da Sydney l’inaugurazione dei XXVII Giochi Olimpici.

21 giugno 1995

oggetto: partecipazione al concorso SETTE - Corriere della Sera

“Sette per Sette, 49 righe per arrivare al 2000”


venerdì 20 novembre 2009

IDHRA

Guscio in vetroresina 10 m x 3,40 m, velatura 66 mq; Io Tu Lui Jessica e Dustin Hoffman: 5 persone x 7 giorni & 7 notti sull’adriatico tra Romagna e Dalmazia. Io montanaro alla prima esperienza in vela, Tu pure ma di pianura. Forte differenza d’età, forte l’intesa: nasce naturale col passare delle ore, mentre il Montefeltro si liquefa nell’afa; s’alimenta ai soffi del vento che spande fragranze di crema e di pelle, quando il mare è l'unico elemento; si consolida con la passione per McCourt e il nuoto, fino a legarci gli occhi miopi e visionari in una gassa d'amante. All’imbarco sull’assolato molo di Rimini, distratto dai lavori in corso, non ti noto neppure e poi Tu e Lui siete già accoppiati sentenzia Dustin lo skipper… Io mai visto prima Jessica, e allora dormo nella dinette con Dustin. Mi butto sulla vela e vado subito al timone; ma il vento cambia direzione e senza preavviso m’imbatto nei tuoi occhi arabi e in quel sorriso di bambina trovo qualcosa che stavo cercando. Tu reggi il mio sguardo curioso, fai la linguaccia e ti diverte il mio disagio d'uomo saggio. Lui è lì, alla randa o al fiocco, che cazza o allasca, e Io penso mi vogliono incastrare nelle loro fisime di coppia… Jessica è simpatica, ha le vocali larghe, ma non è il mio tipo; l'accosto come diversivo, una copertura vana, ché tanto Dustin, vecchio lupo, non sbaglia un colpo; mentre Lui pazienta: ti ha già perso una volta e dev'essere stata dura. Tu mi chiami Rocco con quell'accento fresco e furbetto che m'intrappola: tentare l’ammutinamento, il naufragio o imporsi di veleggiare nella brezza e arrivare in porto? Quella notte alle Incoranate nella caletta, dopo la spanciata di cozze, in coperta attendo invano la tua risalita, spontanea o suggerita dal pancino, e non una stella ma tutta la via lattea mi cade addosso. Poi sguardi fugaci, piedini sotto il tavolo, allusioni da liceali in gita, un tramonto in compagnia e un’alba solitaria, un corpo umido avvolto tra cerata e asciugamani e tante cose non dette… M'illudo sia il nostro gioco con Lui come arbitro attento; solo a terra scopro che è qualcosa di più, e ci sto male, perché Tu spacchi la mia vecchia corazza, rimescoli le carte e mi fai cantare, ridere e piangere. Tu riparti con Lui, Io saluto Jessica e Dustin e risalgo il monte; nelle orecchie ancora il canto assordante delle cicale, e non posso non sentirmi simile a loro.


domenica 8 novembre 2009

Espresso 823 “freccia del sud” Carrozza 1 compartimento 7 Notte di San Lorenzo (3p)

Napoli - Catania (3p e ultima)

A coppie i tiratardi chiacchierano aggrappati ai finestrini, i loro discorsi sono portati subito via dal vento e non ne resta traccia alcuna, come non fossero mai stati pronunciati; eppure erano certamente interessanti per vincere il sonno e la stanchezza del viaggio, eppure erano di sicuro sciolti dopo aver rotto le barriere del conformismo che avevano imbrigliato i primi scambi; eppure erano senz’altro necessari perché nessuno voleva mettere il punto.
Ma per tutte le cose c’è un tempo, anche per quelle belle. Rocco, che forse è più consapevole degli altri di questa dura legge, è il primo a mettere il punto, non prima di aver inalato un’ultima sorsata d’aria fino a riempirsi tutto il corpo di quell’odore. Gli è toccata la cuccetta bassa, o meglio ha fatto il signore con Alfio lasciando ai ragazzi le cuccette medie e alte.
Rocco si toglie di dosso solo le lenti a contatto e le scarpe da trekking, ma è come se si fosse isolato in un altro mondo dove tutto è sfuocato e confuso, tutto possibile e ineffabile. Gli piace questa visione da miope, quando le luci si spandono nell’alone rotondo e i contorni svaniscono come in una tela impressionista, dove ogni immagine può avere innumerevoli traduzioni e i colori sembrano più importanti. Eppure, mentre perlustra il soffitto della cabina con gli occhi che sembrano seguire il volo accidentale di una mosca, Rocco sta pensando all’operazione per correggere la miopia; gliela hanno proposta da anni, l’ha sempre rinviata forse per paura di complicazioni o forse per non perdersi quel film a sbafo che vede ogni sera prima d’addormentarsi, ma ora s’è convinto e il lasik sarà il primo pensiero tornato dalle ferie.
Anche Alfio si sistema nel suo loculo, pure lui tutto vestito, ma, contrariamente a Rocco, si nasconde sotto le lenzuola di carta. I ragazzi ancora cincischiano e scherzano e ridono di quella insolita situazione; le femmine scelgono le cuccette alte che forse si balla di più, ma c’è più aria. Marco le ha già provate tutte prima dell’adattamento dei lenzuoli, Michele ha deciso che si sistemerà su quella opposta a quella di Marina, così potrà parlarle. Le ragazze vanno alla toilette e rientrano in cabina quando tutti i maschietti sono orizzontali; Rocco, cullato dal moto del treno, si libra in quello spazio tra la Terra e il mondo dei sogni, in quell’attimo che si vorrebbe bloccare, quando le membra sembrano impalpabili e indipendenti dalla nostra volontà e pure i pensieri paiono andare per la loro strada.
“Ti metto la scaletta?” chiede Michele. “Ma… vediamo… forse si, è meglio” risponde Marina svagata. Michele anche nelle faccende pratiche riesce a fare casino; la sua confidenza con la scala è la stessa di quella che passa tra un’australopiteco e un ascensore. Marco per facilitare le operazioni accende e spegne la luce centrale e prova quelle per la notte. Michele sta per mandarlo a cagare, quando inavvertitamente riesce a fissare la scala, inserendo i perni nelle apposite asole, come avrebbe detto il controllore. Ma ecco che Alfio, nel tentativo di aiutarlo, con uno scossone fa subito fuoriuscire quei perni che avevano trovato con tanta difficoltà la sede opportuna. In due le operazioni procedono ancora più a rilento e anche la sorte, probabilmente offesa, volta la testa dall’altra parte. Alfio deve rimettersi in verticale per sistemare finalmente la scala e tirare una madonna al ragazzino per vedere quel che sta facendo.
Pure Rocco è ripiombato da quel luogo magico e riprende gradualmente possesso dei suoi sensi offuscati. Adesso è tornata la calma e finalmente Marina può accingersi alla scalata. Ha ancora indosso il tubino bianco e i piedi scalzi, ma sale con un’eleganza di zebra, direbbe l’avvocato che suona il piano… “Non guardate ragazzi” civetta la vamp nell’affrontare i primi gradini. Alfio non fiata ma non è mai stato così sveglio e attento, Rocco vede una forma elegante salire verso il soffitto e immagina quello che forse si vede o non si vede, ma che si può ben immaginare. Con un ultimo saltello la sagoma bianca scompare dietro l’asse scura della brandina e resta solo una scia di profumo nell’aria e un eco che rimbalza nell’orecchio: ragazzi, agazzi, gazzi, azzi, zzi.
Francesca nel frattempo deve essersi arrampicata per una via alternativa, perché Rocco non vede altre ombre salire, come il vapore, verso l’alto. La luce resta ancora accesa, nonostante ognuno abbia preso posto nei rispettivi vani e si potrebbe giurare che a spegnerla non sia stato Marco.
Sono circa le due e non c’è tempo se non per un “Buonanotte”.
È il momento delle respirazioni profonde, delle ronfate, delle russate, delle digestioni difficili, insomma di tutti quei rumori repressi durante il giorno e ovviamente… il regno dei sogni.
Nei sogni di Alfio una moglie che non fa tante storie e un telefonino muto; in quelli di Marco i bagni di mare e gli scherzi da fare alla compagnia; in quelli di Marina la difesa di un noto criminale e un uomo davvero speciale con cui dividere l’esistenza; in quelli di Francesca di essere notata da Marco o eventualmente da qualcun altro altrettanto carino; in quelli di Michele la ragazza napoletana e le imprese dell’agente speciale 007; in quelli di Rocco di legare una come Marina e non con Una che lo farà soffrire.
È ancora notte quando il convoglio si ferma a Villa San Giovanni, dopo aver sostato a lungo a Bagnara Calabra. Alfio ha già fatto fagotto: s’è imbarcato a piedi sul traghetto per guadagnare tempo e far contenta la famiglia. I ragazzi s’alzano poco dopo e le ragazze vanno subito in bagno, solo Rocco resta a poltrire nella cuccetta. La notte è stata breve, fredda finché ha girato l’aria condizionata, calda poi. Rocco sentirebbe forte il desiderio di una doccia, ma i sogni sono finiti. Svogliatamente s’alza pure lui, che teme di ostacolare le manovre degli altri e va nel corridoio, dove gli accampati sono già in piedi e molti hanno seguito l’esempio di Alfio; le porte delle altre cabine sono chiuse. Da una mano ai ragazzi a ripiegare le assi e a risistemare i sedili, mentre ritornano le ragazze dopo la seduta di trucco. Rocco inforca gli occhiali per vedere meglio e Marina gli dona uno sguardo indiscreto: “Buongiorno Rocco”, “Buongiorno Marina”. Non trovano altre parole; invece i ragazzi sono già logorroici e infastidiscono le manovre di Francesca.
Le manovre del convoglio invece procedono celermente e in breve questo viene spezzato in tre tronconi e imbarcato sul traghetto delle FS. Qualcuno cerca il controllore, qualcun altro spera non lo trovi. Poi tutti devono lasciare le carrozze e trasferirsi sul ponte.
Nel trambusto che segue la compagnia della cabina 7 si sfalda, che già aveva perso un elemento. Rocco si gira tutta la nave come un segugio, un po’ per sgranchirsi, un po’ per vedere cosa offre di buono la nuova giornata che sta per iniziare. Dicono che in queste occasioni si fanno incontri interessanti… ecco la prof. Saluta Rocco e lui si ferma un attimo e per gentilezza chiede come è andata la notte nella cabina deluxe: tutto bene pare. Ci sono molti turisti e tanti altri tornano sulla penisola con traghetti che procedono nella direzione opposta. L’acqua è di un blu profondo e intenso, che contrasta incredibilmente con il bianco-verde della spuma creata dall’elica e dalla carena. Il cielo si sta sbiadendo e non pare promettere una giornata di sole; il panorama dello stretto è affascinante, soprattutto a quest’ora del giorno; l’ingresso nel porto di Messina è come un bel film che finisce sempre troppo presto.
Si rientra nei vagoni che sono rimasti sotto coperta e si sono persi questo spettacolo. Rocco fa sfollare la ressa e rimane ad ammirare l’orizzonte assieme a due ragazze che aveva notato alla stazione di Bologna per il loro abbigliamento succinto e lo strano modo di fare, e che ora si sbaciucchiano senza ritegno (come sarebbe contenta Marina di vederle… e come si compiace Rocco che lei non le abbia viste). Da questa vista il nostro bellimbusto trae tristi presagi sulla sua vacanza sicula e si precipita giù in cabina.
Gli altri sono già tutti ai loro posti e lo accolgono con la proposta di un’abbondante colazione. I bagagli sono ancora ricchi di sorprese, cornetti, biscotti, merendine, cornflakes, succhi e te in tutte le varietà. Dato fondo a tutte le scorte, l’impresa più grande è quella di tenere gli occhi aperti. Il sole basso sull’orizzonte si specchia sul mare e s’insinua negli spiragli tra gli edifici e, ad intermittenza, sbatte contro gli occhi dei viaggiatori, che alzano un attimo le palpebre e poi le stringono forte come a scacciare uno scocciatore.
Per sottrarsi a questa tortura Marina guadagna il corridoio che, con tutti i finestrini abbassati, sembra la galleria del vento della Ferrari; volano i capelli sottili, svolazzano i lembi del tubino, sbattono gli occhi tra le linee del rimmel e ancor di più sfarfallano i fanali degli astanti appoggiati alle pareti sudice del convoglio. Lei inforca un paio di occhiali a farfalla per non piangere, mentre il treno rallenta, rovinando lo spettacolo. Rocco ha deciso che un po’ d’aria farà bene pure a lui, s’avvicina alla ragazza ed insinua il suo volume nello spazio lasciato libero da lei nel finestrino; lei non può non notarlo, ma continua a mirare il paesaggio col mento appoggiato sulle mani, queste aggrappate al bordo della finestra, il viso in direzione del moto, la chioma centrifugata dall’aria che sa di terra e di mare. Anche Rocco deve buttare fuori la testa per non restare soffocato da quei capelli che sanno di legno di sandalo; la testa girata dove guarda lei, le narici a catturare ogni fragranza mattutina, i gomiti che toccano quelli di lei, la mente che sembra come resettata.

Il vulcano ha un cono che non ti immagini; peccato che la vetta sia nascosta dalla caligine e solo a tratti pare di intravedere il pennacchio di fumo, ma potrebbe essere una nuvola caduta troppo in basso. Sul disco accidentalmente riformattato arriva finalmente un file: le recenti eruzioni dell’Etna che minacciano gli abitati aggrappati alla montagna.


Nel momento in cui sta per aprire bocca, lei si gira e lo guarda come se fosse sorpresa di trovarlo lì, a pochi centimetri, a bocca aperta contro il vento e quegli occhiali da dottore così poco aderenti al personaggio; scoppia una risata fragorosa, contagiosa, anestetizzante.
Rocco non saprebbe dire se le parole gli sono uscite veramente di bocca o gli sono morte in gola come un ultimo respiro o disperse dal turbine prima d’arrivare a destinazione. Lei ride e si passa un braccio sulla testa a raccogliersi i capelli ribelli; lui vorrebbe piangere, invece sorride, ride come un imbecille. Se lo vedessero gli amici… sto diventando vecchio riflette. Non riesce più ad articolare parola e neppure a muoversi, resterebbe lì per sempre aggrappato a quel finestrino, in quella mattina d’estate, quintali di sonno addosso e un pizzico di struggente malinconia, accanto a quella dea che ride, chissà cosa c’è da ridere?
Solo l’orribile periferia di Catania col suo fetore persistente li stacca dal vetro; lo fanno assieme, come da tacito accordo. Michele ricorda alla comitiva che il tempo per l’autobus stringe e ci si deve dare una mossa; tirano giù i bagagli e se li distribuiscono, i più leggeri (quelli che contenevano i viveri) alle ragazze. Trilla il telefonino di Marina. È papa, vuole accordarsi per andarli a prendere alla stazione dei pulman; lei risponde che sono ancora in treno (un’ora di ritardo…) e lo richiamerà quando sarà finalmente sull’autocorriera, poi passa l’apparecchio al fratellino.
Rocco non ha fretta, deve passare altre due ore in stazione, aiuta gli altri con le valigie poi si defila e riprende il mano il signor Malaussène: ha deciso che lascerà sfollare tutti quanti.
Non riesce a trovare il segno, la cartolina era caduta sul pavimento e non ricorda nulla di quel che ha letto il giorno prima; avrebbe la tentazione di lanciare Pennac dal finestrino o di regalarlo alla ragazza, poi si ricorda che deve arrivare in fondo per capirci qualcosa e che Una potrebbe chiedergli un parere.
Finge di leggere, in realtà segue il moto del treno, la lenta ed estenuante decelerazione, gli sballottamenti trasversali, i laceranti contatti delle ganasce dei freni sulle ruote metalliche, l’inerzia di tutto il convoglio alla definitiva fermata come se il viaggio non fosse durato abbastanza: sono appena scoccate le nove e fanno diciassette ore di sequestro dal mondo.
I saluti con i ragazzi sono stati sbrigativi: Michele e Francesca accennano appena un gesto con la testa e subito s’avventano nel corridoio in cerca della poule position, Marco è più espansivo e quasi cameratesco con la sua pacca sulle spalle, Marina sorprende con un “ Rocco mi raccomando… fai il bravo”.
Tra una riga e l’altra Rocco ripensa a quel momento, a quella frase buttata lì, a quel silenzio non da lui, ancora intrappolato da quel sorriso disarmante.
“Signore non scende?” Toh chi si rivede… il controllore. Tutto zelante s’informa se per caso c’è qualche problema, qualcosa che non va. Come fa Rocco a far capire a quella macchietta cosa non va? Ci prova, gli parla come parlando tra se, aiutandosi anche con i gesti, ma lui dopo un accenno di inchino e un mezzo minuto d’attenzione torna a precisare: “comunque la corsa termina a Catania ed è dovere del viaggiatore prepararsi per tempo a scendere alla stazione prevista dal documento di viaggio e a non dimenticare alcun bagaglio sul convoglio, le ferrovie infatti non rispondono dei colli lasciati incustoditi”.
“O.K., tutto O.K.” rassicura Rocco allargando le braccia e alzandosi per prendere i suoi sacchi.
L’ometto pare rinfrancato dagli atteggiamenti collaborativi del viaggiatore e si allontana soddisfatto verso due giorni di sacrosanto riposo.

Sulla banchina del primo binario fa già un caldo africano e per arrivare in stazione bisogna risalire tutto il convoglio, che nelle operazioni di montaggio e smontaggio la carrozza n.1 è ritornata di nuovo ultima. L’atrio è affollato di turisti e per gli autobus si deve attraversare un enorme piazzale asfaltato con la superficie increspata come un mare dove galleggiano tappi, cicche, carte colorate e mucchietti di cenere. Ma ogni pensilina, mensola, sbalzo, ripiano, cornice, superficie non verticale è ricoperta da un velo di cenere scura tanto che pare d’essere capitati in una cittadina della Ruhr.
Rocco maledice la sua mania di portarsi la casa dietro e si passa di mano l’ingombrante sacco ogni venti passi; poi s’infila nel bar della stazione e non trova di meglio che abbinare un te freddato con pezzi di granita al limone e un arancino ripieno d’acciughe; nessuno, ne alla cassa ne al banco, lo avverte dell’insolito accostamento e lui è troppo stanco e distratto per sorprendersi della eccessiva audacia, anzi si lecca le dita e succhia dal bicchiere anche l’ultima goccia di conforto. Rocco pensa: ma chi me l’ha fatto fare? Se uno viene in Sicilia in agosto poi non può neppure lamentarsi… ma è troppo tardi e faticoso tornare indietro, allora si carica il saccone sulle spalle e si getta nel mare d’asfalto come chi s’appresta a fare un salto nel vuoto.

sabato 31 ottobre 2009

Espresso 823 “freccia del sud” Carrozza 1 compartimento 7 Notte di San Lorenzo (2p)

Roma - Napoli (2p)


Si, ha detto proprio così st’impunito…

“Io sono Marina” dice pronta la vamp sorridendo a Rocco. Lui non riesce a non pensare: “vuoi vedere che fa Valeri di cognome?” Poi si fa il giro completo dei nomi di battesimo che, siccome il presente racconto non è stato scritto subito dopo gli eventi descritti, se ne sono andati con le notti insonni siciliane della voce narrante. Chissà perché solo uno è rimasto e non è detto che sia quello vero…
Insomma chiamiamoli con dei nomi presi dal calendario, che tanto tutti provengono da un tempo precedente all’era delle TV series: Michele il fidanzato, Marco il fratello, Francesca la dama di compagnia e Alfio, che in Sicilia va tanto, l’autista fornitore.
“Sapete giocare a Uno?” chiedono i ragazzi. Rocco si sente ancora fuori posto, dato che Alfio, a sentirlo, sembra il campione siculo-piemontese di Uno.
“Michele, spiega al … a Rocco come si gioca” dispone decisa Marina con quella sua voce che rovina tutto il resto. Michele è un vero disastro nelle spiegazioni, nelle costruzioni verbali e nella logica, nonché nel tenere le carte; il ragazzo deve possedere chissà quali altre doti per incantare una tale bellezza…
“Forse è meglio fare un giro di prova” interviene in soccorso Francesca che pare una altrettanto sicura del fatto suo. “Certo, vedrai che non è difficile” rassicura Marina a Rocco.
Il passaggio al tu ha gasato il dongiovanni che, guardando dentro gli occhi della ragazza, risponde: “Okay” e sta quasi per aggiungere “pupa”, ma si trattiene.
Manca la tavola per riporre il mazzo e scendere le carte; sembra un grosso problema, tale da scombinare la comitiva appena formatasi, ma infine Marina trova la soluzione: si tende l’abito allargando leggermente le gambe e, sistemandoselo sapientemente sul sedile, esclama entusiasta della trovata: “Ecco fatto, mettere qui”.
S’inizia il gioco ed in breve s’imparano le regole, se non i trucchi, per raggiungere lo scopo, che è quello di finire tutte le carte. Ci sono semi di vari colori e carte speciali che costringono, chi le riceve come scarto dal vicino, a compiere determinate azioni che non vorrebbe compiere: prendere altre carte dal mazzo, saltare il giro, invertire il verso della giocata, cambiare colore, ecc.
Si può poi anche bluffare e infine bisogna ricordarsi di dichiarare l’ultima carta, gridando “Uno”, non appena scartata la penultima.
Si comprende pure che il gioco è lungo; allora si decide di interrompere la prova e di passare al gioco serio. Non ci vuole molto perché Rocco e Marina ingaggino una lotta personale, fatta di carte speciali e sguardi sospetti: prendi quattro carte, tiè; a sì, allora salta il turno; d’accordo, inverto il giro… Marina, forse perché deve restare immobile con la parte inferiore del corpo, si agita con quella superiore e, siccome il vestito non è elastico, il seno le emerge dai limiti già stretti del tubino. Ovvio che Rocco debba essere sovente richiamato dai giocatori a seguire il gioco…
Avviene poi che il mazzo, posto inizialmente sopra un ginocchio, scenda lungo l’arco del vestito e qualcuno debba risistemarlo; inoltre il cumulo delle carte scartate piano piano, ma inesorabilmente, cade nell’incavo delle cosce, laddove sarebbe meglio non rovistare.
I giocatori iniziano bluff e controbluff, tranne i due che continuano una lotta personale, contraria alla missione del gioco, a chi riesce a racimolare più carte. Il fratellino vorrebbe anche contare le carte rimaste per una classifica generale, ma per fortuna gli altri lo convincono a contare solo le singole vittorie.
Ad un certo punto ognuno dei giocatori ha avuto il suo momento di gloria, tranne Rocco sabotato con tutte le armi da Marina. Molte volte ha urlato “Una”, subito corretto dal fratellino “Uno, si dice Uno, come il gioco…”. Il fatto è che Rocco, da qualche settimana, ha in testa un chiodo fisso: Una che non ne vuole sapere di lui e lui, da vecchio cacciatore incallito, non riesce ad accettarlo. Gli frulla pure per la mente la canzone di Battisti, appunto “Una”, che gli pare descrivere così bene quella sua situazione. È facile allora comprendere come sia più facile per Rocco gridare “Una” piuttosto che “Uno”, anche per farsi poi sogguardare maliziosa da Marina “Una?!” al ché il macho s’intenerisce ed improvvisa una teoria, degna del vetturino della carrozza n.2, per cui il genere femminile è da riferirsi alla carta e non eventualmente ad altro.
Alfine, per una congiunzione favorevole degli astri, Rocco riesce a guadagnare proprio l'ultimo giro, dopo avere sommerso Marina sotto una mole di carte che non riesce neppure a tenere tutte in mano. “La prima è dei bambini… si dice dalle nostre parti” gongola Rocco, ma lei non raccoglie e già cambia discorso: “sta sera è la notte di San Lorenzo! Guardiamo se cadono le stelle…”; ma il treno è lanciato verso il sud e trema tutto come un vecchio febbricitante: non è il caso di scombinarsi l’acconciatura, deve aver pensato la vamp, che allora esce nel corridoio.
Rocco al richiamo delle stelle cadenti ha avuto un attimo di mancamento, tanto è bastato per farsi sfuggire l’occasione; gli altri viaggiatori hanno già ripreso con la briscola e insistono perché partecipi pure lui. A Rocco sono sempre piaciuti altri giochi… sostiene che non è capace di giocare a briscola, ma non gli crede neppure Alfio, che ha proprio l’aria di credere ancora alle favole.
Si creano le coppie Alfio-Rocco e Marco-Michele, dopo che Marco aveva tentato inutilmente, chissà perché, di mettersi in coppia con Rocco, mentre Francesca segue distrattamente il gioco.
Alfio propone una modifica per animare la sfida: s’arriva ai 120 anziché ai 60 punti, come sembra s’usi nell’isola. L’innovazione non cambia le carte in tavola e i due matusa perdono dai due pischerelli anche la rivincita. Intanto dal corridoio arriva la voce acuta di Marina che evidentemente è impegnata in un dibattito, poiché le voci da basso o da baritono s’infrangono contro lo sferragliamento del convoglio e solo quella da soprano emerge imperiosa sulla dodecafonia di fondo. I giocatori, impegnati nella disputa generazionale, non prestano attenzione al discorso, Francesca invece si. “Ma senti… che segno sta prendendo il discorso!” dice accostando l’orecchio al vetro. Allora anche gli altri stanno in campana, ma arrivano solo parole staccate: omosessualità, lesbiche, bellezza maschile e bellezza femminile, ecc.
“È mia sorella…” sbuffa Marco con rassegnazione.
“Cosa stanno dicendo?” chiede curioso Rocco a Francesca.
“Stanno raccogliendo una collezione di luoghi comuni… in treno si deve pure passare il tempo” filosofeggia la biondina.
“Però che grinta!” sbotta Alfio, accompagnando l’esclamazione con un’espressione divertita.
“Dai giochiamo” insiste Michele.
Ma i due pirla hanno quasi raggiunto la meta nella prima mance e non c’è più storia…
Ad Alfio squilla una musichetta disco anni settanta da qualche angolo riposto e sudaticcio. “Si, ciao. Sono ancora a Firenze, eh sai il ferragosto, un gran casino, ma mi sono sistemato bene… Come? Nooo… è solo che ho trovato un posto in cuccetta, così arrivo riposato. Quando… ma non lo so, siamo ancora fermi qua, ma certo a Firenze! Te l’ho detto, tutti gli orari sono saltati. Dai ci sentiamo eh? Ciao”
I pischerelli fanno due palle d’occhi da cartoni giapponesi, controllano per sicurezza fuori dal finestrino, mentre Rocco e Francesca sono ancora sintonizzati sulla lirica. Alfio si sente in dovere di giustificarsi: “è mia moglie… dico così per non tenerla in pensiero… chi lo sa quando arriveremo? non dovevo partire… ho deciso all’ultimo momento perché è saltata una consegna in Valtellina, allora sapete è su di giri… non scendo da pasqua”.
“Aah…” sospira Marco rassicurato.
Intanto nel corridoio s’è passati alla pornografia, al sesso multiplo, al femminismo e al maschilismo. Francesca, che è sempre più nervosa e sorride a tutti quanti come una hostess di linea, irrompe: “adesso esco e chiedo cosa ne pensano del sesso con gli animali… Voglio proprio vedere!” e così dicendo fa scorrere la porta. Gli oratori sono seduti in riga sul pavimento con la schiena contro la parete divisoria del corridoio e i piedi piegati, per mancanza di spazio, contro il bordo esterno della carrozza; i maschi possono sedersi come i pellerossa, le femmine, ma si vede solo la sagoma bianco-grigio-fiorata, dunque Marina si tiene le caviglie con le mani e appoggia ogni tanto il mento alle ginocchia, quasi a sottolineare la volontà di passare finalmente la parola.
Francesca lascia perdere gli animali e viene pure lei risucchiata nella conversazione, che ormai pare tra vecchi conoscenti che si scambiano il fumo e le caramelle, si blandiscono cercando di smussare le loro posizioni inizialmente perentorie e insomma… cercano di passare il tempo.
Rocco vorrebbe portare la discussione sul sado-maso, ma non fuma e ormai non c’è neppure un centimetroquadro per posare i piedi nel corridoio, però una caramella…
Ecco che torna il vetturino. Allarme rosso! Tutti sull’attenti e, interrotta ogni attività, restano col fiato sospeso. L’uomo entra nelle cabine ed abbassa bruscamente i lettini superiori. “Di già!” esclama deluso Marco. “Eh giovane… è pure tardi è pure… avrei già dovuto farlo un’ora fa, ma insomma sono solo per due carrozze, che il collega della carrozza n.1, cioè questa, è in ferie, e faccio quello che posso faccio”. Passata la burrasca si cerca di riprendere la vita normale, ma tutto è stato rimescolato e ognuno viene distratto da nuovi spunti e pretesti. Rocco abbassa il finestrino per prendere un po’ d’aria ferruginosa, il treno rallenta tanto che si riesce a leggere su un cartello blu una scritta bianca dentro una specie di cartiglio, pure bianco, “Bagnoli” e questo basta per portare i suoi pensieri indietro di pochi mesi, in novembre, quando ha visitato questi posti: Napoli, Ercolano, Pompei, Ischia, Capri, Nisida, Bagnoli. Alla faccia dei luoghi comuni Napoli pareva Londra, tempo variabile, pioggia leggera e insistente o forte e intermittente: grandi affari per gli ombrellai.
Nella galleria di Napoli Centrale infila la testa nel finestrino anche Michele, nonostante le realistiche difficoltà dovute ai lettini abbassati. Il ragazzo è in vena di confidenze e dice che vuole vedere la stazione perché dovrà tornare qua a settembre a trovare la sua ragazza; c’è già stato una volta, ma i matusa di lei non vedono bene questa relazione e allora non ha combinato granché. Rocco cade dalle nuvole: “e Marina?” pensa. Poi però non dice nulla, limitandosi a chiedere, distratto, notizie su quell’infelice amore. Quando il treno riprende la corsa, tirano su il vetro e dentro volano sacchetti di plastica con dentro lenzuola e federe di carta e rimbalzano cuscini di gommapiuma.
“Uno a testa, uno a testa… sono esatti, mi raccomando!” scandisce il ferroviere. In quel momento uno dei ragazzi del corridoio cerca di fare una domanda al vetturino, ma questo lo blocca affermando che per chi non ha la cuccetta, niente lenzuola e cuscini naturalmente… anzi non sarebbe neppure consentito occupare i corridoi, che questi servono per chi lavora e per muoversi… ma in fin dei conti non può pensare a tutto lui, altrimenti avrebbe da un pezzo scaglionato le ferie a tutti.
“D’accordo, però io volevo sapere quando è previsto l’arrivo a Messina…” protesta il ragazzo. “Non glielo posso dire, portiamo ritardo… una cosa del genere non si può sapere”.
“Ma all’incirca… quando era previsto l’arrivo? se portiamo un’ora di ritardo, allora arriveremo un’ora dopo…” insiste il fusto in t-shirt.
Il ferroviere, guardando di sfuggita l’orologio da polso, replica: “Portiamo 38 minuti di ritardo per l’esattezza e da qui a Messina potremmo accumularne altri, speriamo di no ma non posso saperlo adesso, potremmo recuperarli tutti o in parte, dipende… e poi tenga presente che dobbiamo imbarcarci sul traghetto…”.
“Dunque se ad esempio dovevamo arrivare alle 6, l’arrivo previsto sarà per le 6 e 38?” prova a trattare il giovane.
“Nooo, allora non ci siamo… evidentemente non mi sono spiegato: è impossibile stabilire l’orario d’arrivo una volta che il convoglio ha accumulato ritardo, perché sono molti e variabili i fattori che…”.
“Beh ho capito, buonanotte” tronca scocciato il senza-cuccetta che se ne torna in corsia. Il vetturino che, forse per darsi un contegno durante il colloquio, s’è messo a sistemare i cuscini e a contare le buste, si guarda intorno sconfortato e cerca nei volti dei passeggeri qualcuno disposto a seguire il suo ragionamento: “Santa pace! Ma non posso dire quello che non so, quello che non si può sapere… vorreste che vi dicessi un orario qualunque, bene, ma poi se perdete la coincidenza? Ci sono è… ci sono quelli che dicono quello che la gente vuole sentirsi dire, ma questo non è corretto, no non è professionalmente corretto”.
Il sorriso di Marco, che comunque è rimasto serio a tenere compagnia al soliloquio del perfetto ferroviere, una volta che il tribuno se n’è andato è disarmante ed è sufficiente per far tornare il buonumore alla compagnia.
Marina è ancora impegnata negli avanzi di una discussione con un paio di boys che le muoiono dietro. Ma lei è decisissima a difendere le sue opinioni fino in fondo, dimenticando magari di salvare qualcos’altro. Sostiene, con grande padronanza di linguaggio, che le femmine si farebbero meno problemi ad ammettere una relazione omosessuale o solo ad ammettere la bellezza di un’altra donna, di quanto invece non accadrebbe per i maschi, i quali addirittura, per paura di passare per omo, non si pronunciano mai sulla bellezza maschile.
“Ma quando mai! Certo capisco che Raoul Bova, faccio un esempio, possa piacere ad una ragazza, ma non mi passa manco pe a capa di dire che è un bel maschio; non riesco a vederlo come oggetto di desiderio, macché paura di sembrare gay… ti sembro il tipo?” conclude improvvisamente il sermone uno dei due cascamorti.
“Ma insomma pure io quando sfoglio una rivista di moda e vedo una bella donna, dico ma che bella donna! E con questo non provo alcun desiderio sessuale… che vuol dire?” spiega la ragazza con ampi gesti delle mani.
“E quando sfogli una rivista sexy?” forza quello in canotta, condendo il tutto con occhioni dolci.
“E buonanotte…” sbuffa finalmente Marina. Il dibattito è finito. Marina sarà pure ingenua, ma decide lei i tempi e i modi. Rientra nello scompartimento 7 e si siede al suo posto, che poi non si sa quale sia ed è meglio non chiedere al ferroviere. Nessuno della compagnia azzarda proseguire la discussione, tranne Rocco che prova: “non sono d’accordo con te, almeno fino ad un certo punto…”. “Un certo punto?” rovescia curiosa la domanda nell’aria, stirando leggermente le labbra.
“Per quello che riguarda gli uomini, posso anche essere d’accordo, ma non credo che sia diverso per le donne: credo che sia tuttora più difficile dichiararsi apertamente lesbiche che gay, i condizionamenti culturali e sociali sono troppo forti, perché la libertà sessuale della donna è ancora troppo recente…” prosegue Rocco.
A Marina torna voglia di parlare, mentre Rocco si pente di averla buttata sul complicato; lei sostiene la sua tesi con un diluvio di parole e lui ben presto perde il filo del discorso, distratto dalla prossimità di quella grazia, che mostra pure d’essere intelligente. Rara combinazione!
Ormai l’omosessualità è solo uno scudo per dare spazio, se non proprio all’eterosessualità, ad una conoscenza più intima. Rocco scopre che Marina ha ventitre anni e sta studiando legge, è vicina alla tesi e vorrebbe specializzarsi nel penale. Marina riesce ad estorcere a Rocco solo vaghe informazioni sulla sua vita: lavora in un ufficio pubblico, ha quarant’anni, è single e gli piace viaggiare. Ah viaggiare… lui è diretto a Pachino, lei a Licata, ma scende pure lei a Catania, ché le ferrovie siciliane sono un pianto ed è meglio proseguire in bus. A Licata c’è il padre che ha la seconda casa dove trascorre da anni le vacanze estive. Marco cerca di descrivere le attrattive che l’aspettano a Licata e invita Rocco ad andarli a trovare, se passerà da quelle parti. Nessuno perdona a Rocco di essere per la prima volta sull’isola ed andare a sistemarsi a Pachino, va bene gli amici… ma insomma la Sicilia va vista perbene, perché è ricca e varia. Poi forse si trasferiranno sull’Etna, cerca di difendersi Rocco. “Taormina” grida Marco. “Milo” risponde dubbioso Rocco “vorrei salire in vetta se possibile… avete notizie sull’ultima eruzione?”. “Domattina ci passiamo davanti e vedremo…” risponde evasiva Marina. Rocco non riesce a promettere niente; del resto non è arrivato da lei l’invito. Alfio sta per intervenire, quando si sente ancora la musichetta impertinente provenire da arcani anfratti.
“Ciao, si, si, e dove se no! Mah… dunque si, siamo ancora a Roma, stanno attaccando altre carrozze…” sostiene il siculo-piemontese, cercando di non guardare la faccia di Marco per non rovinare la parte; “tutto bene si… si, si ho mangiato, pure la torta… come? M’è stata offerta dai ragazzi… certo viaggiano nella stessa cabina. Come? …no cosa dici… è una cabina maschile…”. Marco si deve mettere una mano in bocca per non ridere e Alfio deve voltarsi verso il corridoio per proseguire la conversazione: “Quando… ma non lo so, siamo ancora fermi qua, ma certo alla Tiburtina! Tutti gli orari sono saltati, pure il controllore dice che non si può dire quando s’arriverà. Dai ci sentiamo eh? Ciao”.
È quasi mezzanotte, il corridoio è buio da tempo, dalle altre cabine tutto tace, ma nessuno nella cabina 7 ha voglia di distendersi sulle assi da stiro, stirare le lenzuola di carta e riposare nel proprio loculo. Affacciati ai finestrini del corridoio i nottambuli cercano refrigerio, dopo una giornata afosa; vedono sfrecciare il golfo partenopeo inanellato da scie luminose fino a Sorrento, poi il buio quasi totale; l’aria profuma di mare e di mondezza, tuttavia scaccia dai polmoni l’invadente odore di ferrovia.