sabato 17 ottobre 2009

20 giugno GUARDA - MIRANDA DO DOURO

Sulle orme di Josè Saramago

Incredibile! Devo cercare il sole. L'aria è talmente frizzantina che il mio naso trova conforto nel fazzoletto di carta. Uscito dal museo di Guarda (poche cose se si esclude una madonna con bambino di "granito policromato" che, fin che non la tocchi, non ci credi...). Mi sono svegliato alla solita ora e ho fatto colazione nel ristorante. Mi è venuto incontro un cameriere basso, ne giovane ne vecchio, dicendomi che era self service, poi rimettendosi a parlare, ad un tavolo, con un signore distinto.
"E' il signor Guerra?" avrei voluto chiedere... ma poi, se lo fosse stato, come andare avanti? e se non lo fosse stato, sarebbe nata una poco edificante commedia... Insomma ho mangiato e ho saldato con VISA. Un altro cameriere mi porta la valigia alla macchina.
E' piacevole girare col fresco per le strade di Guarda, ma forse è bene tornare nella Sè per vedere meglio il retablo dell'altare maggiore. L'opera è imponente, ma priva di slancio. Devo segnalare, appesi alle finestre, delle ragnatele nere come la notte, toglierle non è impresa da poco, lassù nel cielo...

Finalmente mi risiedo sempre sulla panca di una chiesa, come i barboni di De Gregori, senza fumare però. E' la Sè di Torre de Moncorvo, ormai Tras-os-Montes. Tanta strada ho fatto e tanta ne ho ancora da fare prima che scenda la notte. E' forse la tappa più lunga di questo viaggio, sicuramente la più tormentata, per via delle curve, delle montagne e dei fiumi.
Questa volta l'aria sotto le volte è pregna di un laico Fabello (quello che lucida nuovo e bello) espanso a larghe mani da una donna scalza sull'altare laterale che pulisce tutto quest'abbandono. Pulire una Sè sembra una sciocchezza... invece non lo è, provare per credere.
Guardando bene, le donne sono diverse, almeno cinque e si fanno coraggio, che la chiesa e grande e la polvere tanta. Quest'odore poi, oltre che far bene al legno, stimola i pensieri su vie incerte e anomale: quel che ho scritto ne è una prova.


Questa è una delle crociere centrali, sorretta da gigantesche colonne cilindriche. Le tre navate hanno stessa altezza, fino a creare uno spazio a "stanzone" per nulla interessante.
Mi sono spostato sul sagrato, dove un lungo sedile di pietra forma una panca che gira tutt'intorno alla chiesa.
Il sole ormai non scotta più e ne approfitto per riassumere il tragitto da Guarda fin qui.

Sono passato per Almeida, una città-fortezza, ormai fuori dal mondo, come certi paesini da trenini elettrici, con l'ufficio postale, le facciate immacolate, la torre dell'orologio sulla piazza, i giardinetti, le logge coi tavolini del bar, tutto perfettamente pulito e lindo, anche perché manca proprio la ferrovia...
Ho proseguito per Castelo Rodrigo, ancora più in abbandono, se non fosse per i lavori di restauro e adattamento, ma, se per questo, era meglio per lui che se lo fossero dimenticato completamente.
Poi mi sono avventurato per una stradina tra i campi che porta al convento di Aguiar, dove l'uomo della chiave mi ha pedinato/scortato, urlando, nella sua lingua, una tiritera essenziale per lo straniero, condita da tanti muy bonito, tanto per essere internazionale. Se si aspettava un premio, è rimasto deluso: il viaggiatore ha continuato il suo cammino.
Per arrivare qua a Torre de Moncorvo ho attraversato e riattraversato il Douro, fiume imponente che in Italia manca.

Anche la facciata arcigna di questa chiesa manca da noi, con questa enorme torre campanaria che è tutta la facciata; una lunga serie di "birilli" scandisce le sedute di pietra e non potrebbero, anche loro, che essere fatti delle stessa materia.
E' tardi, mi devo rimettere in moto per la meta finale di Miranda do Douro e sono forse solo a metà strada.
Peccato perchè la cittadina pare interessante, con una sua vita dai ritmi calmi e blandi, ma certamente vari.

Mogadouro è invece solo una tappa per qualche foto ad un asino o ad un mulo (la competenza del viaggiatore non è all'altezza dell'ambiente agreste) che cerca qualche filo verde fra le rovine di una vecchia torre, la stessa del pittore-ragazzo dello Spagnolo. A dire il vero, anche oggi c'è un pittore, che certamente una volta è pure lui stato ragazzo, ma non avevo ancora letto l'episodio e quindi aggiungo la chiosa a posteriori.
La strada è lunga e interminabile, poi, per una strada finalmente dritta, sali e scendi decisi, si arriva finalmente a Miranda.
Cerco subito alloggio e lo trovo bello ed economico; ancora una volta si chiama Turismo. Solito relax con doccia e superquark inedito per queste parti. Da fuori giungono i goals del Portogallo che deve aver sommerso i tedeschi a giudicare dalla frequenza dei boati. Esco per la cena, ma sia nella parte vecchia (di la dal ponte) che nella nuova non c'è nessun ristorante aperto; questa sera non si tratta di essere schizzinosi o difficili.
Qui in alta montagna, zona di confine per giunta, la notte cala prematura e rapida, tutti si adeguano tranne il turista che vorrebbe trovare locali notturni e attrazioni quasi fosse a Lisboa. Siccome invece non ci sono altri svaghi e tutto pare morto, eccetto qualche lieve e scomposta esultanza per la vittoria calcistica, il viaggiatore se ne torna mestamente e leggermente in camera (n°309).

domenica 11 ottobre 2009

19 giugno VISEU - GUARDA

Sulle orme di Saramago

Sono seduto su una panca della Sè; guardo le volte a crociera e i pilastri nervati, i muri perimetrali messi a nudo dagli uomini, se non dal tempo... e ascolto una musica soave (forse Bach) che esce dagli altoparlanti e rimbalza contro le pietre che prima ho detto. C'è una bell'atmosfera, anche con il cantiere del chiostro vicino e gli operai che parlano e le cose che cadono. Ho saldato il conto all'hotel, dopo colazione, e mi sono avventurato con la Clio su per le pietre grezze della città vecchia, che pare un tutt'uno col suolo gibboso. Ma poi non ho trovato un parcheggio e sono ridisceso al Rossio.
Oggi il cielo è in gran parte velato e l'aria è ancora fresca. Girando la Sè, non riesco a vedere il battistero, nel transetto di destra, perché è chiuso da una grata di ferro. Se avessi con me la pila che ho in valigia, ne avrei giustificato il peso aggiuntivo. Vedo invece i nodi nelle nervature centrali del transetto (volte) e decido che la musica è di Vivaldi.
L'altare centrale o maggiore è degli anni '90, opera di un certo Luis Cunha, che non meritava di essere citato, ma si devono citare anche gli orrori (ci sono piramidi in ogni vista ortogonale!) e sperare che non si ripetano, pure in questa Terra così ricca di bravi architetti.
L'aria diventa nota; peccato non conoscere la musica per trascriverla. Come potrò fidarmi della memoria per trovare conferma alle mie supposizioni? (infatti, tornato a casa, per quanto mi sforzi, non ricordo neppure un pezzetto di quella soave armonia).
Nel chiostro gli uomini con idropulitrice, spazzole e acqua nettano le pietre dai muschi e dalle macchie del tempo. Al primo piano altre persone riparano o rifanno il soffitto a cassoni della loggia. Le forme del chiostro sono rinascimentali italiane, anche se qua i tempi non corrispondono. Altro non è visibile causa i lavori in corso. Così non ho corso il rischio di incontrare la guida, abilissima nei giochi di parole e in sciocchezze, che tanto aveva intristito e incupito il Viaggiatore.
Essendo lunedì, il museo Grao Vasco è chiuso (avevo avuto una bella idea ieri...) e dunque non resta che riprendere l'auto (anche perchè il biglietto orario sta' per scadere).

Alle 13 sono seduto nella Clio in un parcheggio nel Rossio di Mangualde. Sono arrivato qua dopo immemorabili peripezie poiché i cartelli stradali, si insomma le segnalazioni viarie, sono evidentemente un'opzione sulle strade locali, in quanto si suppone che i locali sappiano cosa fanno e dove vanno, a differenza dei turisti, che per loro ci sono le autostrade!
Vorrei mangiare, visto che il paese offre ben poco dal punto di vista artistico (la mappa dell'officina del turismo è una fotocopia artigianale di chissà quante altre copie, prima di risalire alla mappa originale...); ma l'unico locale che mi garba è pieno di gente, evidentemente in pausa di lavoro. Allora do' fondo alle mele di Ovar e riparto. Mezz'ora dopo però mi fermo all'entrata di Gouveia, alla trattoria "A Brasa" cucina regionale, che, fino ad impugnare la maniglia dell'ingresso, temevo potesse trattarsi solo d'un miraggio. Scelgo il "plato del dia" perché ho premura: caprito au forno con patate e riso. Sarà la fame, ma va giù di gusto; peccato che non posso annaffiarlo col vino, dovendo ancora guidare fino a Guarda. Il tutto poi, compreso il caffè, per soli 1000 scudi.

Sono seduto sulle mura del castello di Linhares e, invece del magnifico panorama dei monti e delle valli, racconto di come mi sono riempito le budella!
E' una giornata strana, c'è caligine e le nuvole si alternano al sole, le rondini volteggiano caotiche sopra i resti del castello. Il paese è quasi come una volta; anche gli abitanti lo sono: nei loro vestiti fuori moda. Voglio scendere a vederlo meglio. L'ho attraversato in auto, ma poi mi sono pentito e quasi vergognato di vederlo così, su quattro ruote: queste sono strade fatte dall'uomo per l'uomo; allora ho posteggiato fuori del paese, come una volta facevano tutti i forestieri col loro carro o cavallo.

Questa all'incirca è la pianta della Sè di Guarda. Rispetto quella di Viseu, identica nelle tre dimensioni spaziali, questa è goticamente aspirata verso l'alto. C'è un'aria ammuffita come in certe cantine, solo che manca l'odore profano del vino, sostituito da quello delle candele, forse sacro ma non altrettanto piacevole. I sei altari laterali sono chiaramente successivi e d'ispirazione rinascimentale. Nell'insieme in ogni modo l'atmosfera sembra ancora quell'originaria (luce compresa). Ho fatto il giro da fuori per descrivere il perimetro esterno, ma non è facile coi lavori in corso. Così sono finito seduto nel tavolino, molto instabile, di un bar sotto un portico a sorseggiare una cerveja. Ai tavoli molti giovani; ne ho visti tanti all'arrivo in città, come all'uscita da una scuola. Dovremmo però essere fuori stagione e fuori fascia oraria... ci sono tavoli di soli maschi e tavoli di sole femmine, ma anche qualche comitiva mista.
Poche persone di colore fino ad ora; invece anno scorso, al sud, ne ho incontrate molte. Una di queste poche pregava e piangeva in Sè, incurante degli sguardi interessati; poi all'uscita c'era un'auto che l'aspettava, con un bianco alla guida.
Torniamo alla Storia: di fronte ad un D. Sancho I di bronzo con una plastica degna del periodo brezneviano. Il portico invece è una specie di "sottoportego" veneziano, alto poco più di 2 metri, sorretto da colonnine di granito, in un ordine architettonico indefinibile, ma che vorrebbe essere classico. Pure loro avrebbero bisogno delle cure degli uomini con acqua e raspini che faticavano stamattina nel chiostro di Viseu.
Sono quasi le 19 e non ho voglia di trovarmi un alloggio per la notte. Ho già visto sulla strada quello prefissato, ma mi pare troppo costoso e fuori mano. Osservo un tale, non più giovanissimo, che da' da dire a tutte quelle che passano, basta abbiano un po' di fisico. Il cameriere è un ragazzo pettinato alla Tin-Tin. Insomma la birra è finita, è l'ora di andare.

Quello che avevo visto, all'ingresso della città, era solo un cartello, l'hotel è molto più vicino al centro ed inoltre non è caro. Certo denuncia un po' i segni del tempo, ma conserva un certo fascino. Le camere sono vetuste, ma pulite; la piscina invece è quasi uno stagno, di un colore verdastro. Peccato. Nella stanza 323 c'è pure il terrazzo e la TV con RaiUno e RaiDue. Arrivo giusto in tempo per la partita Italia-Svezia; mi stendo sul letto e mi rilasso. Nell'intervallo faccio una doccia tonificante. Intanto l'Italia vince 2-1. Mi vesto pesante, perchè siamo a più di 1000 metri di quota (con tutti questi saliscendi non mi ero reso conto della cosa, fino a quando, in bagno, non ho sfogliato la guida: la più alta città portoghese!) e vado a mangiare in un locale che ho adocchiato oggi pomeriggio.
Volevo provare anche il ristorante dell'hotel de Turismo, perché penso sia quello del Viaggiatore imprudente, quello della storia del capo-cameriere e della sorella morta a 7 anni, ma non ne sono sicuro; e se fosse morto anche il cameriere?
Al Belo Horizonte mangio cose d'altri tempi (Chourizada à Regionals) tanto grasse, perché allora non c'era il riscaldamento e si lavorava sodo. Non contento, finisco pure con una mousse de chocolate.
Cammino un poco per digerire, ma è davvero freddo e non vorrei bloccare l'intestino, che ha già qualche serio problema a legare il porco col cioccolato!
In camera ho 23°C; stanotte dormirò beato!

sabato 3 ottobre 2009

18 giugno AVEIRO-VISEU

Sulle orme di Saramago


Oggi pare una giornata decisamente più fresca (24.5°C nella stanza). Sono nel chiostro dell'ex monasteiro de Jesus, ora museo di Aveiro. Tira un'arietta fine che solo ieri non osavo neppure immaginare. Il museo di domenica non solo è aperto, ma gratis.

Mi sono svegliato bene questa mattina: fresco e riposato. Ho fatto colazione "continentale" in albergo, un hotel che ha visto tempi migliori, forse sotto la dittatura? ma che conserva comunque il fascino del tempo. La sala è tutta in legno e scricchiola come l'interno di un brigantino. Le cameriere sono anziane e tante per i clienti del giorno, le loro divise vecchie, i modi desueti. E' un posto dove non si faticherebbe ad immaginare, seduto ad un tavolo, la faccia abbattuta e spenta del Pereira di Mastroianni. La facciata settecentesca invece è davvero bella e ben conservata.
Per le strade quasi deserte mi diverto a scattare qualche foto. Osservo la gente uscire dalla funzione nella chiesa della Misericordia. La facciata con portale manuelino e azulejos è davvero bella, ma non è esposta bene al sole, non so se la foto sarà proponibile. Osservando attentamente le facce e i movimenti dei fedeli, intuisco, o mi pare d'intuire, che questi portoghesi assomigliano agli italiani di 20/25 anni fa'. E' una sensazione che non trova ragioni plausibili, ma spesso le impressioni di pelle sono anche le più giuste.

Poi, invece di tornare al Campus a distanza di 5 anni, il sole a picco mi fa decidere per le spiagge.
C'è una lunga lingua di terra tra il mare e la laguna (la chiamano Costa Nova), con tante villette allineate disegnate dagli architetti locali, ma ci sono anche esempi speculativi e casette di pescatori; queste ultime sono le più caratteristiche con le doghe verticali in legno colorate alternativamente in bianco e rosso o verde o blu o ... Ritorno con la mente allo scorso anno, a Peniche, a Nazarè, a Figueira da Foz.
Prendo un campione di sabbia, abbastanza chiara, per la collezione. La spiaggia è dietro una duna che però non impedisce la vista del mare ed è poco affollata. Lavo una mela sotto il doccione rimasto aperto al massimo e la mangio, gustandone il sapore aspro. Non è il caso di fermarsi, e proseguo per Ilhavo.

Qui dovrei visitare il museo navale che però è chiuso per ristrutturazione e ampliamento. Il museo della ceramica sarebbe invece aperto, ma sono io che non sopporto la ceramica: salto sempre le bacheche e le vetrine nei musei e pensare ad un museo solo di ceramica mi fa star male.
Passo per Agueda quasi senza fermarmi, sono attratto dalla serra di Caramulo. Il paesaggio è davvero inaspettato e l'odore di resina impregna l'aria calda. La strada diventa sempre più tortuosa e sembra di salire senza fine e meta.
A Caramulo c'è solo qualche albergo per la villeggiatura termale e il museo. Oggi non è giorno di musei e non entro neppure in questo: forse perché la sede ha un aspetto kitsch e temo la fregatura. L'ex-sanatorio (ma sarà vero?) è quasi deserto. Il tempo sembra scorrere lento o scorrere affatto; certi scorci sembrano brani alpini, l'aria è pura e ossigenata.
Scendo a precipizio, così come sono salito con lentezza, aggirando la massima pendenza, verso Tondela.

E' un'ora che non si presta a pensieri; se faccio presto posso arrivare a Viseu in tempo per visitare qualcosa.
Ma la città è tutta un cantiere e quindi non posso che perdermi. Ormai è tardi per le visite, allora cerco alloggio, ma non c'è un'indicazione e l'avventura continua... infine trovo una residencia al Moinho de Vento ***, nome evocativo, ma poco rispondente alle aspettative.
E' nella stanza 206 che scrivo queste righe (dall'uscita della gente dalla chiesa della Misericordia). Sono le 23 e sono stanchissimo; inoltre non ho cenato. Il Viaggiatore forse mi ha suggestionato con le sue remore non esplicitate, o forse non era cosa... insomma, se anche a me Viseu ha riservato solo dispiaceri, questo non deve essere un caso e allora, dribblando gli elzeviri del Viaggiatore, affermo direttamente che l'ospitalità deve essere sconosciuta in questa landa.
Stasera almeno l'A.C. funziona; ciò non toglie che non riesco a fare scendere il termostato sotto i 26.5°C. Vedo in TV la sintesi del GP, con la doppietta Ferrari, indi dormo beatamente.

domenica 27 settembre 2009

17 giugno PORTO - AVEIRO

Taccuini di viaggio

Ancora in viaggio, perché non ha mai fine, perché è la nostra condizione, se siamo vivi...
Sono nudo, disteso su un letto da prete nella stanza 320 dell'albergo Arcada di Aveiro (P), ma la temperatura dell'aria è identica a quella di Bologna, a casa di Carlo, ieri sera: 28°C.
Sono le 20 ora locale; in Italia sono le 21. Decido di togliermi un pensiero, più che un pensiero, una promessa: telefono a casa. O meglio, ci provo. Odio i telefoni e le telefonate. Le chiamate internazionali poi sono sempre un rebus da risolvere poco alla volta, provando e riprovando; ogni Paese ha la sua combinazione e ci vorrebbe la mano ferrata dello scassinatore!
La finestra della camera da' su una piazzetta affacciata sul Canal Central. Il sole è ancora impossibile guardarlo fisso; la sua luce ancora calda. Sono da poco terminate le strombazzate e i cortei d'auto, perché il Portogallo ha battuto la Romania agli europei di calcio... la TV manda Germania - Inghilterra, mentre la mia testa riepiloga la lunga giornata che mi ha portato fin qua (e ancora non finita, se il sole non si decide...).

Il viaggio è stato abbastanza noioso: viaggiare in aereo eccita la prima volta, poi le altre stanca. Almeno sono stato abbastanza in orario. Atterrato a Porto (non mi piace la dizione Oporto, che non usa quasi nessuno) ho cambiato 400$ in escudos, poi ho ritirato l'auto, con i soliti problemi di lingua e di eccessiva burocrazia tipica dell'Europcar. Mi sono messo alla guida della Clio Renault 1.2 NR blu diplomatico nuova-nuova. Il problema serio, visto le condizioni meteo, è che l'A.C. non funziona o non c'è, ossia c'è solo la spia (mi torna in mente un viaggio in puglia su una Daewoo su cui avevano "dimenticato" di montarla).
Nella stanza il termometro è sceso a 27,5°C, mi torna il buonumore, riprovo a chiamare casa. Ancora buca. Per schiantarla decido di combinare una triangolazione telefonica che riesce al primo colpo. Anche questa è fatta!

Il racconto della giornata è meglio interromperlo e pensare di trovare un posto per mettere qualcosa nello stomaco. Oggi ho mangiato solo panini elastici, tramezzini plastificati e brioche surgelate...
Ma gli inconvenienti dei viaggi sono numerosi e si accaniscono sul viaggiatore: per dire che ho lasciato la chiave del lucchetto della valigia in auto (bella idea quella del lucchetto... quella di lasciare la chiave in auto è solo una dimenticanza). Morale: devo rimettermi i panni umidi, dopo un bagno rigenerante.

Fuori adesso è fresco e questo m'invita al passeggio. C'è il vecchio quartiere (stanno risistemando tutte le pavimentazioni in pavé) e il nuovo centro commerciale eseguito con maestria dagli architetti. D'accordo, si capisce subito che non c'è poesia, che si tratta di prosa, ma di una prosa d'ottimo livello. Del resto mischiare poesia e commercio credo sia come riuscire a mescolare acqua e olio.
E' in corso una fiera del libro con la partecipazione di molti editori locali; anche qua tanti scrittori e pochi lettori? Molta gioventù che gira sfaccendata, rinfrescandosi dopo una lunga e calda giornata di lavoro. Visito tutto il centro, la galleria ricorda quella dell'expo di Lisbona (ma con più economia); salgo anche sul tetto-terrazzo adattato a giardino pensile e assisto allo spegnersi di ogni colore in cielo.

Ceno al ristorante Ferro; un locale per i locali, con arredo levigato dal tempo, lavabo contro un muro della sala, camerieri sudati e spicci, piatti espressi e semplici. Ai tavoli sembra di vedere amici al rituale della cena settimanale, prima tappa di un lungo sabato sera; solo qualche tavolo è occupato da scompagnati tuffati nel giornale o coi pensieri appesi alla sigaretta. Sintetizzando una cena abbondante ed economica.
Uscendo vedo tanti ragazzi che riempiono piazze e strade (Aveiro è sede universitaria e forse sono studenti o gli sfaccendati di prima), ma il sonno è tanto e il vino bianco fa il resto.
Queste note sono, in realtà, riprese la mattina dopo, quando il cielo è indeciso tra l'azzurro e il grigio.

Ero rimasto all'A.C. che non va'.
Anche il traffico e la segnaletica non vanno: volevo circumnavigare Porto ed invece ci sono finito dentro. Ho visto pure l'hotel Dom Henrique dove pernotterò alla fine del mese. Ovviamente passo e punto a sud, ma perdo tempo negli ingorghi e arrivo con qualche ritardo sulla tabella di marcia (dettaglio che non riesco ancora a trascurare...) a S.ta Maria da Feira. Decido di fermarmi solo se troverò un posto all'ombra; per fortuna lo trovo. Dal 10 al 20 c'è una rievocazione storica medievale, con tanto di bancarelle che vendono stoffe, ricami, insaccati, miele e marmellate e con abitanti mascherati da ipotetici e patetici avi.
Vado al castello, che di medievale ha ben poco, ma è nel bel mezzo di un fitto e fresco parco. Faccio un giretto per le contrade, ma il caldo è insopportabile e penso bene di continuare l'itinerario odierno, verso Ovar.

Qui faccio spesa in un alimentari (acqua, te e biscotti), dove godo pure dell'A.C. che qui funziona; poi cerco, con una costanza che meriterebbe miglior sorte, il museo tanto decantato da Saramago; lo trovo finalmente dopo tanta fatica, ma è chiuso per restauri strutturali, niente meno!
La cittadina è deserta, dai bar escono gli effetti della partita tra portoghesi e rumeni, l'aria calda forma quasi un muro sbrecciato, le auto sono degli oggetti immobili e roventi; mi pare di tornare bambino, ai mondiali messicani...

Ancora a sud verso Aveiro, dove arrivo e già mi perdo. Dall'autostrada, che vorrebbe portarmi a Lisboa, vedo, oltre la palude, il campus universitario che visitai qualche anno fa', ancora in costruzione: riconosco la biblioteca e il serbatoio dell'acqua di Siza e l'istituto di Souto de Moura. Riuscirò a farci un salto domani (cioè oggi)? Sbatto contro l'hotel che mi suggeriva la guida Mondadori e siamo da capo: il quotidiano dovere di viaggiatore è fatto.

sabato 26 settembre 2009

Taccuini di viaggio



Tra le mie disordinate carte ho ritrovato tracce, quasi illeggibili allo stesso autore, di vecchi taccuini di viaggio su cui appuntavo i miei pensieri e considerazioni di viaggiatore. Fanno parte di uno dei tanti progetti rimasti tali.

Parto da alcune giornate trascritte quando ancora non era passato tanto tempo dalla stesura e quindi il lavoro era ancora possibile senza eccessiva fatica, e ora rimpiango di non aver completato il lavoro. Sono alcune giornate di un viaggio in Portogallo nel 2000 seguendo alcuni degli itinerari tracciati da José Saramago nel suo Viagem in Portogal, dove mi diverto anche, immodestamente, a fargli il verso, cercando di imitare la sua dolce vena umoristica (il Viaggiatore di qua, il viaggiatore di la...). A proposito, scritto con la lettera maiuscola si riferisce al Maestro, con la minuscola all'autore.
In questa scelta sono stato stimolato anche da un amico Facebook, Daniele Lugaresi, che, appena tornato dal Portogallo, ha condiviso una bellissima serie di scatti fotografici che mi hanno riportato con la mente a quei giorni e a questi scritti dimenticati...

Ci sarà un seguito con gli altri viaggi: Spagna, Israele, Libia, India, Messico e Guatemala, Bretagna e Castelli della Loira, Napoli, Tunisia, Piccole Antille, Praga e Budapest, ecc.?
Dipende da tante cose, così come tutta l'impostazione di questo blog... soprattutto dalle sollecitazioni dei lettori.
Iniziamo!